La saggezza di Lia Levi e lo sparo del 25 aprile: “Quel ragazzo ignora la storia ma non temo derive squadriste”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Per provare a illuminare – se non a capire – quanto accaduto durante il corteo del 25 aprile scorso, quando una celebrazione della Liberazione è stata macchiata dalla violenza di uno sparo, forse non esiste voce più lucida di quella di Lia Levi. La scrittrice e giornalista, che di anni ne ha novantaquattro e che da bambina scampò all’Olocausto, ha fondato e diretto per trent’anni il mensile di cultura ebraica “Shalom”. Ed è proprio a lei, in questi giorni di rabbia e polemiche, che tocca il difficile compito di distinguere il gesto criminale dal contesto storico. L’uomo – un ragazzo, in realtà, di appena ventun anni identificato come Eitan Bondi – ha sparato a due iscritti dell’Anpi al termine della manifestazione, ferendoli con una pistola ad aria compressa mentre questi tornavano verso il Parco Schuster. Un gesto che la procura di Roma non ha esitato a qualificare come tentato omicidio, supportata nelle indagini dalla targa del motorino bianco che ha permesso alla Digos di risalire al fuggitivo. A generare ulteriore cortocircuito, tuttavia, è stata la presunta militanza dell’aggressore: lo stesso Bondi, secondo quanto riportato, avrebbe dichiarato di appartenere alla “Brigata Ebraica”, un di volontari che combatté contro il nazifascismo e che, proprio il 25 aprile, sfilava tradizionalmente per le strade delle città italiane.

“Una pistola per gioco e una rabbia confusa”

L’analisi che Lia Levi consegna al dibattito pubblico parte, significativamente, dalla rimozione della spettacolarizzazione mediatica del caso. “Quello che è successo è… resta la vergogna dei cortei con i filo Hamas”, afferma la scrittrice, aprendo una parentesi che molti tentano di chiudere frettolosamente. A suo avviso, l’antisemitismo odierno è diventato “una bomba atomica”, dentro la quale tutto può succedere proprio perché le istituzioni non riescono più a gestire la tensione, lasciando che qualcuno (come questo ragazzo) finisca per “gestirla in proprio”. Quanto all’autore dello sparo – che è stato arrestato e ce lo consegnano le cronache con le accuse del caso – la Levi non si sbilancia in diagnosi affrettate. Le intenzioni del ventunenne, dice, appaiono “aggressive e confuse”. L’inchiesta in corso sonderà la sua psiche, ma i mezzi che aveva con sé – una pistola ad aria compressa, di quelle che si comprano anche per gioco, e un motorino con targa ben visibile – parlano più della leggerezza dell’età che di una regia squadristica pianificata. “La violenza del gesto è contro ogni morale e ogni legge”, taglia corto la Levi, ma non per questo intende alimentare la paura di un ritorno al fascismo delle camicie nere.

Il peso delle parole (“Siete saponette mancate”) e il rischio delle generalizzazioni

A rendere esplosiva la miscela del 25 aprile, però, non è stato solo lo sparo a Roma. Le polemiche erano già divampate poche ore prima a Milano, durante lo stesso corteo nazionale, quando alcuni esponenti della Brigata ebraica sono stati insultati da frange filopalestinesi presenti in piazza. Secondo quanto riferito dall’esponente del Partito Democratico Emanuele Fiano – ma la notizia è stata confermata da più fonti – alcuni contestatori avrebbero urlato frasi come “Siete saponette mancate”, un riferimento agghiacciante allo sterminio nei forni crematori. Un episodio, quest’ultimo, che ha trasformato la festa della Liberazione in un campo di battaglia simbolico: da un lato la destra che cavalca l’indignazione per i cori antisemiti, dall’altro la sinistra che risponde sottolineando la ratio della protesta contro le operazioni militari a Gaza. In questo clima di polarizzazione assoluta, Lia Levi sceglie la via della differenza. “Le colpe di Netanyahu – precisa – non devono ricadere su tutti gli ebrei”. E aggiunge, quasi a voler stemperare la tensione: “Non temo derive squadriste”. Una frase, quest’ultima, che suona quasi come un atto di accusa nei confronti di chi abusa della storia per etichettare il nemico politico di turno.

I fatti, la cronaca e la ricerca della verità giudiziaria

Sotto il profilo strettamente giudiziario, l’inchiesta della Procura di Roma sta facendo emergere un quadro preciso. Il ventunenne Eitan Bondi non è accusato di terrorismo, ma di tentato omicidio aggravato dai futili motivi (anche se il pretesto dell’aggressione appare chiaramente legato alla presenza dei fazzoletto dell’Anpi sulle vittime). Gli investigatori dell’antiterrorismo hanno lavorato per giorni sui filmati delle telecamere di sorveglianza: il primo frame mostra il momento dell’agguato all’angolo tra via delle Sette Chiese e via Ostiense; il secondo, invece, immortalava la targa del suo scooter bianco mentre transitava sul Lungotevere di Pietra Papa. Le vittime – Nicola Fasciano, 65 anni, e Rossana Gabrieli, 61 – hanno già riferito agli agenti di aver percepito la minaccia come mirata: l’uomo non è sceso dal mezzo, ha puntato il braccio teso ed ha esploso almeno quattro colpi prima di dileguarsi a forte velocità. Al di là degli slogan politici, resta l’evidenza di un atto violento commesso da un individuo che, pur avendo radici nella comunità che più ha sofferto la furia nazista, ha negato sul campo quella memoria civica che il 25 aprile dovrebbe invece rinsaldare. In attesa dell’udienza di convalida dell’arresto, l’unica certezza, forse, è quella suggerita con lucida ironia da chi ha attraversato il secolo: che a sparare, questa volta, sia stato “un ragazzo che ignora la storia”, non un manipolo di nostalgici pronti a riprendersi le piazze.

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