Mikaela Shiffrin ritrova l'oro olimpico nello slalom, per le azzurre Della Mea e Peterlini un tredicesimo posto in condominio
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Redazione Sport
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Il lungo digiuno, quel peso specifico che solo chi arriva a un appuntamento olimpico da favorita sa comprendere, si è infranto sulla neve della Olympia delle Tofane. Mikaela Shiffrin, la campionessa che a Pechino 2022 aveva vissuto il paradosso di uscire di scena in ogni gara in cui era chiamata a recitare il ruolo della protagonista, è tornata a scolpire il proprio nome nell'albo d'oro a cinque cerchi. Lo ha fatto tra i pali stretti dello slalom speciale, la disciplina che dodici anni fa a Sochi la consacrò, appena diciottenne, al mondo. Oggi, con il pettorale numero uno cucito addosso come un peso e come un privilegio, ha dettato una legge tecnica che non ha ammesso repliche, rifilando alla svizzera Camille Rast, medaglia d'argento, un distacco di un secondo e mezzo e alla svedese Anna Swenn Larsson, bronzo, settantuno centesimi in più -1-10.
È stata una prova di forza, la sua, costruita su una prima manche già ampiamente performante – quei quarantasette centesi e tredici millesimi che valevano un vantaggio di ottantadue centesimi sulla tedesca Lena Duerr – e gestita con intelligenza nella seconda discesa, quasi a voler esorcizzare i fantasmi di quattro anni fa -2-10. Le parole della statunitense, raccolte a caldo dai microfoni di Eurisport e riportate dalle agenzie, restituiscono il senso di una liberazione interiore prima ancora che sportiva: “È un oro che nasce dal lavoro con il team e con lo psicologo”, ha spiegato, “Solo ora capisco cosa ho fatto a Sochi nel 2014”. Un'affermazione, quest'ultima, che fotografa la complessità di una carriera vissuta sempre sul filo del record e della pressione, dove ogni gesto viene scomposto e ogni risultato atteso come un atto dovuto. “Sono emozioni difficili da processare”, ha aggiunto, “forse lo capirò tra dieci anni”. Il riferimento a Sochi non è casuale, ma segna idealmente il cerchio di una carriera che, passando per l'oro in gigante a PyeongChang 2018 e gli incubi cinesi, si riappropria della sua narrazione più autentica -7.
L’analisi di una pista che cambia pelle e le difficoltà delle azzurre
La vera cronaca tecnica della giornata, però, non si esaurisce nel trionfo della fuoriclasse americana. Sulla pista ampezzana, il termometro e l'esposizione solare hanno giocato un ruolo da comprimari di lusso, trasformando il manto nevoso in un avversario aggiuntivo. I centottanta metri di dislivello compresi tra lo Scarpadon e Rumerlo, con quel tratto di pista esposto a nord-est che mantiene una rigidità maggiore rispetto al resto del tracciato battuto dal sole, hanno creato una doppia anima del percorso. Le atlete hanno dovuto interpretare un passaggio di testimone continuo tra una neve più aggressiva e una più cedevole, un cambio di grip che ha messo a dura prova la sensibilità di gambe e la capacità di adattamento -5. Se Shiffrin ha saputo danzare su questa mutevolezza, per le italiane il compito si è rivelato più impervio. Martina Peterlini, dopo una prima manche chiusa con un ritardo di due secondi e ottantacinque che la vedeva lontana dalle posizioni che contano, ha provato a reagire nella seconda run, guadagnando dieci posizioni e chiudendo tredicesima a tre secondi e tre centesimi dalla vetta. Un piazzamento, il suo, condiviso con l'altra azzurra, Lara Della Mea, che nella frazione decisiva ha pagato un lieve calo di tensione dopo un avvio sprint -1-10.
Per Della Mea, capace di risalire di due gradini nella classifica finale, la prestazione porta con sé sensazioni contrastanti. La partenza nella seconda manche era stata promettente, le gambe giravano, poi subentra quell'istante di rilassamento che sulla Tofana non è mai concesso. Il tempo finale, identico a quello della compagna di squadra, fotografa una condizione di sostanziale parità nel lotto delle azzurre, che su questa pista hanno faticato a tenere il passo delle migliori. Anna Trocker, invece, non è nemmeno riuscita a concludere la prima frazione di gara, uscendo anzitempo dai giochi. Una giornata complessa per il team italiano, che aveva visto le luci di Sofia Goggia e Federica Brignone brillare in altre discipline, ma che tra i pali stretti ha raccolto meno di quanto si potesse sperare alla vigilia.
Il fondo azzurro vola in finale, Pellegrino e Barp si candidano al podio
Se sull’Olympia delle Tofane il copione si tingeva di stelle e strisce, nello stadio del fondo di Lago di Tesero l’Italia ha trovato ragioni per credere in un finale di giornata scintillante. Nelle qualifiche della team sprint maschile in tecnica libera, la coppia formata da Federico Pellegrino, alla sua quarta e ultima chiamata olimpica, e dal giovane Elia Barp ha sfoderato una prestazione solida e autoritaria. Il cronometro si è fermato sul terzo tempo assoluto, cinque minuti e quarantanove secondi e dieci centesimi, alle spalle della potenza incontenibile degli Stati Uniti di Ben Ogden e Gus Schumacher e della Norvegia di Johannes Hoesflot Klaebo, autori rispettivamente del miglior e secondo miglior rilievo cronometrico -3-4-9.
Un biglietto d'ingresso per la finale, quella in programma a mezzogiorno e un quarto, che sa di rivincita e di continuità. Il binomio azzurro, forte di due secondi posti colti in Coppa del Mondo tra Davos e Goms, ha mostrato una confidenza notevole con il tracciato e una condizione atletica che lascia ben sperare in ottica medaglia -4. Per Pellegrino, che già vanta due argenti individuali in carriera, questa rappresenta l'ultima occasione per arricchire ulteriormente un palmarès già leggendario. Nella stessa mattinata, anche la squadra femminile composta da Caterina Ganz e Iris De Martin aveva centrato l'obiettivo finale, strappando il pass per l'ultimo atto con il nono tempo a disposizione, in una qualificazione che vedeva Svezia, Finlandia e Canada dettare il passo. Un doppio, quello delle qualificazioni, che proietta l'Italia del fondo in una posizione di attesa febbrile per le sfide che assegneranno le medaglie.




