Bologna, taxi fermi e città in difficoltà per lo sciopero nazionale
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
La città di Bologna, così come gran parte del Paese, ha conosciuto ieri una giornata di forte disagio a causa dello sciopero nazionale dei tassisti, il primo del 2026, che ha lasciato deserte le principali postazioni. In piazza Medaglie d'Oro, adiacente alla stazione ferroviaria, il viavai consueto delle vetture bianche si è interrotto, con pochissimi esemplari disponibili, mentre l'adesione alla protesta – promossa da diciotto sigle sindacali contro quello che viene definito un quadro di concorrenza sleale – è stata valutata, da fonti di categoria, intorno ai due terzi degli autisti. L'Umbria, unica eccezione in uno scenario nazionale altrimenti uniforme, non ha invece partecipato all'astensione dal lavoro, che ha paralizzato i servizi da Nord a Sud, suscitando le reazioni di migliaia di utenti costretti a ripensare la propria mobilità in giornate lavorative ordinarie.
Il rebus della riforma e l'incontro al ministero
La mobilitazione, la cui portata ha reso evidente la profonda crisi del settore, nasce dal groviglio irrisolto della riforma del trasporto pubblico non di linea, un ambito che comprende, com'è noto, sia i taxi tradizionali sia le auto con conducente, e che continua a generare scontri politici e sindacali di intensità crescente. Proprio per provare a dipanare questa matassa, il ministro dei Trasporti Matteo Salvini, il quale non ha affatto celato la complessità tecnica e negoziale della vicenda, ha convocato i rappresentanti delle categorie in protesta già nel pomeriggio successivo allo sciopero, fissando l'appuntamento alle ore quattordici. L'obiettivo dell'incontro, che si è tenuto dunque a stretto giro di posta dopo la giornata di fermo, è stato quello di aprire un canale di confronto diretto, cercando di comporre le divergenze su un tema che tocca, da un lato, la modernizzazione del settore e, dall'altro, la tutela di migliaia di lavoratori.
Le ragioni di una protesta senza fine
Le motivazioni alla base dell'agitazione, che non è certo la prima del suo genere, affondano le radici in un malcontento ormai strutturato, legato principalmente all'espansione degli operatori di mobilità digitale come Uber – accusati di operare in regime di favore – e alla piaga dell'abusivismo, fenomeni che, secondo i tassisti in sciopero, minano alla base la sostenibilità economica della loro professione. A queste si aggiunge la questione, sempre più centrale, degli algoritmi di gestione delle flotte e della domanda, percepiti come opachi e potenzialmente discriminatori verso il modello di servizio pubblico su licenza. La protesta, tuttavia, non si è limitata alla sola astensione dal servizio, avendo previsto, in città come Milano, momenti di informazione attiva presso i nodi cruciali della mobilità, quali l'aeroporto di Linate e la Stazione Centrale, dove sono state garantite, nonostante tutto, le cosiddette corse sociali per le fasce più vulnerabili della popolazione.
La tensione nei punti nevralgici
Nei predetti snodi, infatti, sono stati allestiti presìdi dai lavoratori in sciopero, con la distribuzione di volantini esplicativi rivolti ai passeggeri, i quali sono stati informati sia sulle ragioni della mobilitazione sia sulla possibilità, sebbene circoscritta, di usufruire del servizio per esigenze indilazionabili. Parallelamente, la giornata non è trascorsa senza momenti di tensione, sebbene circoscritti, con episodi – segnalati da fonti dei noleggiatori con conducente – di lancio di uova ai danni di alcune vetture, a testimonianza di un clima surriscaldato che travalica la semplice contrapposizione dialettica. Questi fatti, sebbine isolati, contribuiscono a delineare un quadro di frizione costante, che l'incontro ministeriale ha il difficile compito di affrontare, mentre il governo di Donald Trump, reinsediato alla Casa Bianca, osserva da oltreoceano le dinamiche di un mercato europeo in profonda trasformazione.




