Il grido di “giustizia” per Adam, il dolore di un padre e la salma ferma in obitorio in attesa dell’autopsia

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Erano in oltre duecento, ieri mattina, davanti ai cancelli dell’ospedale Santa Maria della Misericordia di Rovigo, a ricordare che il tempo della burocrazia non può fermare quello del dolore. Arrivati con due pullman da Fidenza, ma anche da Piacenza e Milano, hanno portato il loro sostegno alla famiglia del piccolo Adam, il bambino di due anni e mezzo morto martedì 14 aprile a seguito di un arresto cardiaco sopraggiunto mentre era sottoposto a un intervento chirurgico – giudicato di routine – al braccio. Tra loro, il padre del piccolo, Mohamed, apparso visibilmente provato e sorretto dai parenti, ha trovato la forza di urlare la sua rabbia contro ciò che definisce un’assurdità: un figlio entrato in sala operatoria “correndo e ridendo” e uscito cadavere dopo un’ambulanza.

L’ombra dell’inchiesta e il nodo del trasferimento

Mentre la protesta saliva dai manifestanti, che scandivano richieste di verità con l’aiuto di un megafono e striscioni con la foto del piccolo, la macchina della giustizia si muoveva su un altro fronte. La Procura di Padova ha già aperto un fascicolo e disposto il sequestro delle cartelle cliniche, un atto dovuto che precede l’autopsia, l’unico esame in grado forse di chiarire cosa abbia causato il collasso cardiocircolatorio di un bimbo di nemmeno trenta mesi. Un aspetto, quello dell’assistenza post-crisi, che brucia particolarmente nella narrazione dei famigliari: perché, si chiedono, un trasferimento d’urgenza verso il nosocomio di Padova è stato effettuato via terra, con un’ambulanza che ha impiegato circa tre quarti d’ora in mezzo al traffico, invece di attivare l’elisoccorso? Una domanda che, inevitabilmente, diventerà uno dei nodi centrali dell’indagine degli inquirenti, così come la decisione di eseguire un’operazione di questo tipo in una struttura che, come alcuni hanno fatto notare, non dispone di una Terapia intensiva neonatale.

Una vicenda clinica complessa e l’intervento della Regione

Non si trattava, a ben vedere, di un semplice incidente domestico. La lesione al braccio destro, che impediva al piccolo una corretta mobilità, era un’eredità di un parto difficile avvenuto in Egitto – dove la famiglia, originaria del Paese nordafricano ma residente a Fidenza, era tornata per la nascita. Adam era già stato operato una volta a sei mesi, ma i risultati non erano stati ritenuti soddisfacenti, tanto da spingere i genitori a cercare una soluzione specialistica. Questa li aveva portati al Meyer di Firenze e, infine, a Rovigo, dove opera il chirurgo che li aveva in cura. La politica, intanto, ha deciso di non restare a guardare: Palazzo Balbi, per bocca del presidente della Regione Veneto, ha chiesto formalmente “chiarezza sui fatti e sulle eventuali responsabilità”, annunciando l’invio di una visita ispettiva attraverso Azienda Zero. Un intervento che si aggiunge alla segnalazione del caso come “evento sentinella” al ministero della Salute, una procedura standard quando un evento avverso grave (come una morte inaspettata) richiede un’analisi immediata per prevenire recidive.

L’attesa che spezza il rito islamico

C’è, infine, un altro orologio che scorre inesorabile, e che non riguarda né i medici né i magistrati, ma la fede. Tra le richieste più strazianti emerse dalla manifestazione di domenica c’è quella, disperata, di poter “riavere il bambino”. Sono passati ormai diversi giorni dalla morte, ma la salma di Adam si trova ancora trattenuta nelle camere mortuarie in attesa che l’autorità giudiziaria fissi la data dell’esame autoptico. Per la famiglia, di fede islamica, questa attesa rappresenta una sofferenza aggiuntiva, un supplemento di pena: il rito musulmano prescrive infatti che la sepoltura avvenga nel più breve tempo possibile dopo il decesso, idealmente entro ventiquattr’ore. Invece, il piccolo è costretto a rimanere in un “frigorifero”, come ripetono i parenti, lontano dal calore della sua terra d’origine e dal rito funebre che i nonni, rimasti in Egitto, vorrebbero potergli tributare.

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