Il reverendo Jesse Jackson è morto, addio all'icona dei diritti civili
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Redazione Esteri
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La notizia, diffusa dalla famiglia attraverso un comunicato ripreso da Nbc News, ha fatto il giro del mondo in poche ore: il reverendo Jesse Jackson, figura storica e imponente del movimento per i diritti civili negli Stati Uniti, è morto all’età di 84 anni. L’annuncio, arrivato nella giornata di martedì, parla di un uomo che non è stato soltanto un padre per i suoi cinque figli – Santita, Jesse Jr., Jonathan, Yusef e Jacqueline – ma un punto di riferimento ben più ampio, un leader la cui azione, come si legge nella nota, si è posta al servizio “degli oppressi, di coloro che non hanno voce e degli emarginati in tutto il mondo”. Una definizione, quest’ultima, che sembra voler racchiudere l’essenza di un'esistenza spesa sui fronti più disparati della giustizia sociale, dall’America segregazionista del dopoguerra fino alle moderne battaglie per i diritti delle minoranze.
Nato a Greenville, nella Carolina del Sud, nel 1941, in piena era delle leggi Jim Crow, Jackson assorbì fin da giovanissimo il significato più amaro della discriminazione. Il suo attivismo trovò una direzione precisa quando, negli anni Sessanta, entrò a far parte del movimento di Martin Luther King Jr., diventandone uno dei collaboratori più stretti e partecipando a eventi fondativi come la storica marcia da Selma a Montgomery. Era a Memphis il 4 aprile 1968, il giorno in cui King venne assassinato, un momento spartiacque che lo proiettò, non senza controversie e attriti con altri esponenti della Southern Christian Leadership Conference, in una posizione di primo piano nella lotta per l’uguaglianza. Fu proprio in quegli anni che iniziò a tessere la sua rete, gettando le basi per organizzazioni come Operation PUSH e, successivamente, la Rainbow Coalition, strutture che miravano a costruire un fronte multirazziale capace di superare le tradizionali divisioni etniche.
Le campagne presidenziali e l’eredità politica
Jackson portò questa visione di un’America “a forma di arcobaleno” – per usare una delle sue celebri metafore – direttamente nell’agone politico, candidandosi per due volte, nel 1984 e nel 1988, alle primarie del Partito Democratico. Se la prima campagna ebbe un carattere più pionieristico, quella del 1988 lo vide ottenere risultati sorprendenti, vincendo in undici Stati e raccogliendo milioni di voti, dimostrando come un candidato afroamericano potesse ambire alla nomination presidenziale in un’epoca in cui molti, anche tra i neri, dubitavano fosse possibile. Sebbene non abbia mai ottenuto la nomination, il suo impatto fu profondo: le sue campagne contribuirono a modificare le regole per l’assegnazione dei delegati e, cosa forse ancor più significativa, spinsero oltre due milioni di afroamericani a iscriversi alle liste elettorali, un patrimonio che avrebbe giocato un ruolo cruciale nelle successive vittorie democratiche, a partire da quella di Bill Clinton nel 1992. La sua visione ha indubbiamente spianato la strada a Barack Obama, che nel 2008 sarebbe diventato il primo presidente nero degli Stati Uniti.
Il negoziatore internazionale e gli anni del declino fisico
Parallelamente all’impegno interno, Jackson sviluppò una notevole attività diplomatica informale, mettendo il suo prestigio e la sua credibilità al servizio di missioni di pace e negoziati per il rilascio di ostaggi. Già negli anni Ottanta, con l’avvallo più o meno esplicito dell’amministrazione Reagan, ottenne la liberazione di un pilota americano in Siria e, in un viaggio a Cuba, strappò a Fidel Castro il rilascio di 48 prigionieri. Negli anni Novanta, su mandato di Clinton, negoziò con Slobodan Milošević la liberazione di tre soldati statunitensi catturati durante la guerra in Kosovo, mentre in seguito si adoperò per il rilascio di un cittadino americano detenuto dalle FARC in Colombia. Un'attività, questa, che gli valse nel 2000 la Medaglia Presidenziale della Libertà, la più alta onorificenza civile americana.
Negli ultimi anni, la sua parabola pubblica era inevitabilmente rallentata a causa dell'aggravarsi delle condizioni di salute. Dal 2017 combatteva pubblicamente con il morbo di Parkinson, a cui si era aggiunta una più rara paralisi sopranucleare progressiva, una malattia neurodegenerativa che ne aveva minato le capacità fisiche, costringendolo progressivamente a ridurre gli impegni pubblici. Lo si era visto, ormai su una sedia a rotelle e in gravi difficoltà, durante la Convention Nazionale Democratica del 2024 a Chicago, una città che per decenni era stata la sua base operativa. Un'immagine toccante, quella di un gigante costretto al silenzio dalla malattia, che rendeva tangibile la fine di un'era per il movimento per i diritti civili americano, un'era di cui Jackson era stato, suo malgrado, uno degli ultimi, grandi testimoni.




