È morto Jesse Jackson, la voce degli ultimi che sfidò l’America dal sangue di King all’abbraccio con Obama
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Redazione Esteri
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Il telefono squillò all’alba nella casa di Chicago, e in poche ore la notizia fece il giro del mondo: Jesse Jackson se n’era andato, circondato dalla famiglia, dopo aver combattuto per anni contro una malattia neurodegenerativa che gli aveva rubato prima il passo sicuro, poi la parola fluente di predicatore. Avrebbe compiuto ottantacinque anni a ottobre, ma il suo tempo sulla scena pubblica – quel palcoscenico immenso che sono gli Stati Uniti in lotta con se stessi – si era già chiuso da un pezzo, lasciando spazio al silenzio e alla commemorazione. Tuttavia, il silenzio che avvolge la sua scomparsa, avvenuta in questa giornata di metà febbraio, non potrà mai cancellare l’eco dei suoi discorsi, quelli che tenevano incollate le folle e che costringevano i potenti ad ascoltare.
La storia, si sa, è fatta di attimi e di fotografie. Quella scattata il 4 aprile del 1968 sul balcone del Lorraine Motel di Memphis è una ferita ancora aperta nella coscienza americana: Martin Luther King è disteso a terra, colpito a morte, e tra i suoi collaboratori, accorsi nel panico, uno solo si china su di lui. È Jesse Jackson, ha ventisei anni e un dolcevita verde che in pochi minuti si macchia del sangue del suo mentore. Un sangue che, per sua stessa ammissione, non lo abbandonerà mai più, trasformandosi in una sorta di lascito morale e, al contempo, in un peso ineludibile. Da quel momento, infatti, Jackson divenne l’erede naturale di una battaglia che non poteva fermarsi, il depositario di un sogno interrotto da un colpo di fucile, ma anche un uomo costretto a confrontarsi con quella immagine per tutto il resto della sua esistenza.
Nato in South Carolina da una madre appena sedicenne e da un uomo sposato, crebbe nella povertà del Sud segregazionista, imparando presto cosa volesse dire essere considerati invisibili. Frequentò college riservati ai neri, si avvicinò al movimento per i diritti civili e divenne uno dei giovani più promettenti nella scia di King, tanto da guidare a Chicago l’Operazione Breadbasket, una delle campagne economiche più innovative messe in campo dalla Southern Christian Leadership Conference. Furono anni di marce, di boicottaggi, di arresti e di discorsi infuocati, in cui Jackson affinò quello stile oratorio che mescolava il ritmo del sermone battista con la concretezza della protesta sociale. E fu proprio quella voce, calda e imperiosa, a tenerlo a galla quando il movimento rischiò di affogare nelle divisioni successive al 1968.
La lunga marcia verso la Casa Bianca e la “coalizione arcobaleno”
Se il primo Jackson fu quello del lavoro sul campo, il secondo – quello che l’America imparò a conoscere negli anni Ottanta – fu il politico puro, l’uomo che osò sfidare il Partito Democratico dall’interno candidandosi alla presidenza nel 1984 e di nuovo nel 1988. La sua non era una semplice ambizione personale, ma il tentativo di dare forma a un soggetto politico nuovo: una “coalizione arcobaleno” capace di unire neri, latinos, bianchi poveri, operai e disoccupati sotto un’unica bandiera. In quegli anni, il suo messaggio arrivava dritto al cuore di chi si sentiva escluso, e le sue performance alla convention democratica del 1984, quando dichiarò che la sua base erano “i disperati, i dannati, gli espropriati”, fecero tremare l’establishment. Pur non ottenendo mai la nomination, Jackson raccolse milioni di voti e dimostrò che un afroamericano poteva ambire legittimamente allo Studio Ovale, spianando la strada – in molti, oggi, lo riconoscono – a chi sarebbe venuto dopo.
I riflettori, però, non illuminavano soltanto i successi. La sua figura è sempre stata avvolta da un’aura contraddittoria, fatta di carisma e di ambiguità. Lo accusarono di antisemitismo per alcune frasi infelici, lo criticarono per la gestione poco trasparente delle sue organizzazioni, e non mancarono gli scandali personali, come la nascita di una figlia fuori dal matrimonio nel 2001. Eppure, nonostante le ombre, Jackson non smise mai di essere un punto di riferimento, un uomo capace di passare dalla diplomazia internazionale – si adoperò per liberare prigionieri in Siria, Iraq e Serbia – alla protesta in piazza, come quando nel 2021 si presentò a Minneapolis, malato e affaticato, per stare accanto alla famiglia di George Floyd. Era un testimone, forse l’ultimo, di un’epoca in cui la lotta per i diritti passava attraverso il e la voce, non solo attraverso i tweet.
A salutarlo, oggi, sono in molti. Lo ha fatto persino Donald Trump, che pure non perde occasione per rivendicare una personale e inossidabile estraneità a qualsiasi accusa di razzismo, definendolo un “buon uomo” con cui gli piaceva lavorare. E lo ha fatto, soprattutto, Barack Obama, colui che nel 2008 riuscì a varcare quella soglia che Jackson aveva solo sfiorato: la porta della Casa Bianca. In una di quelle foto che sembrano chiudere un cerchio, Jesse Jackson era stato ripreso in lacrime durante la notte della vittoria di Obama a Chicago, quasi a suggellare il compimento di un percorso iniziato quarant’anni prima, nel sangue di un altro martire. Ora che se n’è andato, resta il ricordo di un uomo che, con tutti i suoi limiti e le sue contraddizioni, ha letteralmente portato addosso – a volte come una medaglia, a volte come un macigno – la storia del Novecento americano.




