Ucraina, quattro anni di guerra: la resistenza di Sumy e lo stallo sul fronte

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Sono trascorsi quattro anni da quando i primi carri armati russi varcarono il confine con l’Ucraina, dando inizio a quella che il Cremlino aveva pianificato come un’operazione lampo e che si è invece trasformata nella guerra più lunga mai combattuta da Vladimir Putin, superando per durata persino la partecipazione sovietica alla Seconda guerra mondiale. Un conflitto che, nelle intenzioni iniziali di Mosca, doveva risolversi in pochi giorni con la caduta di Kiev e l’instaurazione di un governo fantoccio, ma che si è impantanato in una logica di logoramento, fatta di trincee, avanzate lente e costi umani altissimi per entrambi gli schieramenti. Mentre i riflettori della diplomazia internazionale restano puntati sulle dichiarazioni dei leader e sui possibili scenari di un cessate il fuoco, la vita quotidiana in molte città ucraine, specialmente quelle vicine alla linea del fronte, è diventata un esercizio di sopravvivenza scandito dal rombo dei droni e dall’incertezza degli attacchi. È il caso di Sumy, città a trenta chilometri dal confine russo, la cui storia in questi quattro anni incarna lo spirito di una resistenza che ha dovuto imparare a convivere con la guerra in tutte le sue forme, da quelle più convenzionali a quelle ibride e subdole.

La vita a Sumy, tra lutti e la paura dei controlli

Proprio a Sumy, lo scorso agosto, una donna ha dovuto compiere un viaggio doloroso per raggiungere il padre in seguito a un lutto familiare. Un tragitto, il suo, che nulla ha a che vedere con la normalità di uno spostamento interno. Oltre ai documenti, spiega la donna, bisogna dichiarare alle autorità ucraine il luogo della visita e il motivo. Ma la precauzione più inquietante, quella che rivela la natura ibrida di questo conflitto, riguarda la gestione del proprio cellulare: sulla strada, infatti, si può essere fermati anche dall’esercito russo, e se i militari dovessero trovare sul telefono materiale considerato di sostegno all’Ucraina, il viaggio potrebbe trasformarsi in un incubo giudiziario o peggio. Un dettaglio, questo, che racconta quanto la guerra abbia ormai valicato i confini fisici del fronte per diventare anche uno scontro di informazioni e di lealtà, dove persino un’applicazione o una foto possono diventare un capo d’accusa. Non lontano da Sumy, come documentato da diverse cronache, la situazione è resa ancora più drammatica dall’uso incessante di droni e artiglieria: unità di evacuazione come quella delle “Angeli Bianchi” operano sotto il fuoco nemico per mettere in salvo civili, spesso costrette a muoversi in territori minati e sotto la costante minaccia di essere individuate e colpite, nonostante i loro mezzi siano chiaramente contrassegnati.

L’analisi del fronte: conquiste minime e costi altissimi

A livello strategico, il quadro che emerge dopo 1461 giorni di combattimenti è quello di uno scontro che ha esaurito la spinta propulsiva delle rispettive offensive. Il presidente Volodymyr Zelensky, in un’intervalla rilasciata in questi giorni, ha ribadito come l’esercito russo non sia riuscito a sfondare in nessuno dei fronti aperti, pagando ogni chilometro quadrato conquistato con perdite umane e materiali definita altissime. Un’analisi che trova riscontro nei dati diffusi da istituti indipendenti: nel corso del 2025, l’avanzata russa si sarebbe limitata a circa l’uno per cento del territorio ucraino, con progressi minimi e spesso concentrati in aree già devastate del Donbass. Eppure, nonostante la feroce resistenza, a sud-est, nell’area di Zaporizhzhia, le forze di Kiev avrebbero addirittura recuperato terreno, dimostrando come la linea del fronte sia tutt’altro che statica e come la capacità di contrattaccare non sia venuta meno, seppur in un contesto di cronica carenza di munizioni e di uomini. Lo stesso Zelensky ha parlato della necessità di un cessate il fuoco, un’esigenza che accomuna entrambi gli eserciti, logorati da mesi di guerra di posizione. Una tregua che, nelle parole del leader ucraino, non può però tradursi in una resa o nell’accettazione delle condizioni imposte da Mosca, che continua a chiedere il riconoscimento delle annessioni territoriali.

La posizione europea tra nuove spese militari e sostegno a Kiev

In questo quarto anniversario, la risposta dell’Europa non si è fatta attendere, sebbene assuma contorni complessi e talvolta ambivalenti. I ministri degli Esteri di Germania, Francia e Polonia, in un intervento congiunto sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung, hanno rilanciato la richiesta di una “pace giusta” per Kiev, mentre Friedrich Merz, cancelliere tedesco, ha avvertito che il destino dell’Ucraina è inestricabilmente legato a quello europeo, sottolineando come un pacifismo ingenuo rischi di preparare il terreno per guerre future. Parole che riecheggiano il nuovo corso di Bruxelles, dove la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, giunta a Kiev per l’occasione, ha ribadito che la pace dovrà avvenire alle condizioni dell’Ucraina. D’altronde, il conflitto ha già ridisegnato le priorità del continente: la dipendenza energetica dalla Russia è stata drasticamente ridotta a favore del più costoso gas naturale liquefatto statunitense, e la spesa per la difesa ha subito un’impennata, con una crescita stimata intorno all’ottanta per cento rispetto al periodo pre-bellico e con diversi paesi che hanno reintrodotto forme di servizio militare obbligatorio. Un riarmo che, se da un lato risponde all’urgenza di sostenere l’Ucraina e di dissuadere future aggressioni, dall’altro segna una cesura profonda con le politiche di distensione del passato.

L’Europa, come analizzato da alcuni strateghi, si trova così a dover ripensare il proprio ruolo e la propria autonomia strategica, senza per questo rompere l’alleanza con gli Stati Uniti di Donald Trump, tornato alla Casa Bianca con una narrativa che spinge Kiev verso la trattativa. Un crocevia delicato, mentre a Kiev e in altre città come Zaporizhzhia, dove l’inverno è reso ancora più duro dai blackout energetici causati dai bombardamenti russi sulle infrastrutture critiche, la priorità resta quella di resistere, giorno dopo giorno. Le autorità locali lavorano per ripristinare la corrente e il riscaldamento, consapevoli che l’obiettivo di Mosca è proprio quello di rendere inabitabili le aree vicine al fronte, per facilitare un’eventuale occupazione -7. In questo scenario, la guerra di Putin, nata con ambizioni di rapida conquista, si è trasformata in un conflitto di logoramento che sta riscrivendo gli equilibri continentali e mettendo alla prova la tenuta delle società coinvolte.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.