Riciclaggio, il casinò di Saint-Vincent messo in amministrazione giudiziaria
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Redazione Interno
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La primavera politica valdostana, già rovente come le temperature che in questi giorni hanno investito la regione, si trova ora a fare i conti con una scossa tellurica di natura giudiziaria. Il Tribunale di Torino, nella giornata di ieri, ha infatti disposto l'amministrazione giudiziaria per il Casinò di Saint-Vincent, un provvedimento che assume i contorni dello storico. Mai prima d'ora, in Italia, uno strumento di prevenzione simile – che affonda le sue radici nel codice antimafia – era stato applicato a una casa da gioco.
Il decreto, emesso dalla sezione misure di prevenzione del tribunale piemontese, è già stato notificato ai soci della "Casinò de la Vallée SpA", ovvero alla Regione Valle d’Aosta e al Comune di Saint-Vincent, e scaturisce direttamente da un'inchiesta tuttora in corso coordinata dalla Procura di Aosta e condotta sul campo dalla Guardia di Finanza.
L'accusa del tribunale: "Colpa di organizzazione" e inerzia colposa
Ma quali sono i fatti che hanno portato a un intervento così radicale? Scavando nelle carte dell'inchiesta – e in particolare nelle risultanze fornite dagli accertamenti delle fiamme gialle – emerge un quadro inquietante per i vertici della società.
L'ipotesi accusatoria, suffragata dal decreto del giudice, è che all'interno dello stabile di Saint-Vincent si fosse concretizzata una vera e propria zona grigia, dove "condotte illecite sussumibili nell’alveo dei delitti" di riciclaggio, autoriciclaggio e persino associazione per delinquere (quest'ultima finalizzata alla corruzione con la pubblica amministrazione) avrebbero trovato terreno fertile.
E qui sta il punto nodale della decisione: i giudici torinesi non si sono limitati a certificare l'esistenza di singoli reati commessi da "funzionari infedeli" – due dei quali, rispettivamente direttore dell'ufficio marketing e direttore dell'ufficio cambi e fidi, sono già stati licenziati. L'accusa principale, quella che ha fatto scattare la misura, è la "colpa di organizzazione".
In pratica, secondo il Tribunale, la governance della società ha "colposamente alimentato" il meccanismo corruttivo, non avendo mai predisposto (o attuato a monte) quei controlli efficaci che avrebbero potuto impedire l'illecito passaggio di denaro. I vertici, pur non essendo formalmente coinvolti direttamente nei reati, avrebbero mostrato una "ingiustificata inerzia", sorvolando negligentemente su molteplici segnali d'allarme che sarebbero dovuti essere inequivocabili.
La scure della prevenzione: commissari, udienza e il destino di una spa pubblica
La misura applicata, va chiarito, non equivale a un sequestro preventivo né tantomeno a una chiusura immediata delle sale da gioco. L'attività, come prontamente sottolineato anche dalla stessa società, prosegue regolarmente. Tuttavia, il management ordinario dovrà ora condividere – o meglio, subordinare – le proprie decisioni a due figure chiave nominate dal Tribunale: i commissari giudiziari Corrado Corradini e Ivano Berardi, due commercialisti torinesi che resteranno in carica per un periodo minimo di un anno. Il loro compito, nei fatti, sarà quello di fare pulizia dall'interno.
Dovranno presentare entro trenta giorni una "relazione particolareggiata" sulla situazione dei controlli, riscrivere il modello organizzativo (quello previsto dal decreto legislativo 231) e rafforzare i presidi antiriciclaggio, laddove questi sono saltati. L'appuntamento decisivo per discutere il decreto, e per la società per chiederne formalmente la revoca, è già stato fissato in calendario per il 14 luglio, davanti ai giudici delle misure di prevenzione del Tribunale di Torino.
Un'assemblea dei soci, prevista proprio per quella data, potrebbe inoltre ridefinire la governance dell'azienda, che usciva solo da poco da una pesante procedura di concordato e che nel frattempo, complici le polemiche politiche, vede i propri amministratori finiti sotto la lente di ingrandimento per quella che il procuratore Giovanni Bombardieri – lo stesso che ha seguito la trafila dell'inchiesta – ha definito una situazione "tossica".
Un caso nazionale tra indagini e conseguenze immediate
Le conseguenze di questo provvedimento si riverberano inevitabilmente sull'azionariato pubblico. La Valle d'Aosta, proprietaria di fatto di quasi la totalità delle quote (99,96%), si trova ora a gestire l'immagine di una delle sue locomotive economiche e turistiche messa in naftalina giudiziaria.
Dal punto di vista penale, l'inchiesta rimane ancora aperta; sono 33 al momento le persone fisiche finite nel registro degli indagati, principalmente imprenditori, e le indagini della Guardia di Finanza avevano già portato lo scorso dicembre a un sequestro di beni (contanti, conti e immobili) per un valore complessivo di circa 5 milioni di euro.
Se da un lato i vertici aziendali come l'amministratore unico Rodolfo Buat non risultano coinvolti direttamente nei reati fine a se stessi, dall'altro gli inquirenti hanno riscontrato una "totale mancanza di conoscenza delle regole antiriciclaggio" tra il personale, un'ignoranza che, se colposa, diventa essa stessa fonte di responsabilità.
Mentre la politica regionale si interroga sulle ricadute dell'accaduto, l'unica certezza, al momento, è rappresentata dai sigilli virtuali posti dal giudice sulle cattive abitudini gestionali: una sconfitta per la logica del "si è sempre fatto così" che, a Saint-Vincent, ha finito per costare molto cara.




