La tribù dei talk show e l’energia (contesa) di Meloni
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Redazione Interno
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Non è dato sapere, e forse non importa neppure saperlo, quando sia esattamente cominciato il fenomeno. Quel che è certo, osservando le reazioni al viaggio della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, nel Golfo, è che la politica italiana ha definitivamente smesso di parlare una lingua riconoscibile. Le sortite dei vari Bonelli e della Schlein, con le loro accuse di “fallimento” e di un presidente del Consiglio che “fugge dai problemi della gente”, non appartengono più alla dialettica parlamentare né tantomeno a una seria critica di governo. Appartengono piuttosto a quel calderone indistinto, un brodo primordiale mediatico, dove la propaganda si confonde con l’invettiva da talk show, che a sua volta scopia il linguaggio dei social, il quale, infine, assomiglia sempre più a quello degli ultras. Non c’è più distinzione, insomma, tra campagna elettorale permanente (resa ancora più furiosa dall’assenza di una pausa vera) e la comicità da cabaret utilizzata surrettiziamente come strumento di informazione. Ne deriva una tribalizzazione del discorso pubblico che, ormai, rende sterile qualunque confronto sostanziale.
La missione e i suoi critici
Mentre Il Giornale titolava ieri, auspicando un’ “energia” ancora più ampia per l’Italia, la presidente del Consiglio negoziava con i leader di Arabia Saudita, Qatar ed Emirati. L’oggetto, come noto, è la sicurezza energetica nazionale, un tema reso rovente dalle tensioni geopolitiche che coinvolgono l’Iran. Eppure, a fronte di questa azione esecutiva – che prescinde dall’attesa di tempi morti europei – le opposizioni hanno parlato di “delirio populista”. Lo hanno fatto, questi partiti, utilizzando un lessico che ormai appare più preoccupato di etichettare l’interlocutore che di decifrare la realtà. Si condanna il “premier che fugge”, mentre il premier è fisicamente altrove a cercare accordi; ci si lamenta del “modello energetico fallito”, dimenticando che lo stesso modello (quello dell’Italia hub del gas) è stato sostenuto per vent’anni anche da chi oggi siede tra i banchi dell’opposizione. La contraddizione, a ben vedere, è solo apparentemente logica, perché segue una logica diversa: quella della guerra per bande, dove l’importante non è l’esito della partita, ma il colore della maglia.
Il cortocircuito del gas
C’è però un dato di realtà che stride con queste invettive, e stride anche con l’ottimismo di chi ha sempre creduto nella funzione dell’Italia come snodo europeo del gas. Il ministro Pichetto Fratin, raccogliendo un testimone passato attraverso mani illustri come quelle di Pier Luigi Bersani, si trova a gestire un’infrastruttura che, nei fatti, non sta funzionando come previsto. L’export di gas verso l’estero, ancora fermo a un miliardo e mezzo di metri cubi (appena il 2,5% delle importazioni), racconta di un’Italia che rimane strutturalmente dipendente dall’importazione di energia primaria, un tallone d’Achille che la crisi mediorientale rischia di trasformare in una ferita profonda. La “missione energia” della premier, quindi, non è solo un tentativo di rifornire i depositi, ma un disperato tentativo di restituire “energia” – nel senso di capacità di movimento – a un paese che rischia di restare immobilizzato dalle scosse telluriche del mercato globale.
Lo stile e la sostanza della sinistra
L’accusa di Belpietro (“Sinistra in guerra con l’Italia”) è fin troppo tranchant, ma fotografa un sentimento diffuso di inadeguatezza. Osservando i comunicati di Pd, M5s e Avs, colpisce la mancanza di una proposta alternativa sul tavolo, mentre si tenta di costruire una narrazione opposta basata esclusivamente sul lessico del risentimento. Le dichiarazioni rilasciate dopo il viaggio, che parlano di “fallimento” per una missione i cui frutti si vedranno nel medio periodo, tradiscono una certa impazienza da audience televisiva più che da analisi politica. La confusione tra il ruolo del fact-checking e quello della comicità, tra l’analisi geopolitica e la battuta da “seconda serata”, prosciuga il confronto. E mentre si discute se il presidente del Consiglio avesse o meno il diritto di andare a cercare gas altrove (quando il razionamento è un’ipotesi concreta), si perde di vista l’unico fatto degno di nota: l’Italia, nell’inerzia generale, ha provato a muoversi. E per qualcuno, forse, questo è il vero problema di fondo.




