L'Iran prova a scollegarsi dal mondo, tra blackout e la sfida a Starlink
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Redazione Esteri
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Da dieci giorni, l’Iran vive in una bolla di silenzio digitale, un esperimento di isolamento che va ben oltre la contingenza dell’emergenza. Il blackout iniziato l’8 gennaio, accompagnato da severe limitazioni alle linee telefoniche, non rappresenta solo una misura d’emergenza per bloccare la circolazione di immagini e video delle proteste, ma sembra essere la prova generale di un progetto più ambizioso e definitivo: scollegare il Paese dalla rete globale e rinchiuderlo in un “intranet” nazionale, sul modello di quelli operativi in Corea del Nord o sperimentati da potenze come Russia e Cina. Un sistema chiuso, impenetrabile dall’esterno e dall’interno, che trasformerebbe la rete da strumento di connessione in un efficace apparato di censura e controllo capillare, gestito interamente dal regime. Mentre nelle città, come Teheran, regna una “calma inquietante” e la vita quotidiana riprende una parvenza di normalità dopo la violenta repressione, il blocco delle comunicazioni continua a rendere opaca la reale situazione, filtrando solo a fatica testimonianze frammentarie.
La guerra elettronica contro le reti satellitari
In questo scenario, la presunta invulnerabilità delle reti satellitari, spesso dipinte come la via di fuga definitiva dalla censura, ha mostrato i suoi limiti. Anche la connettività offerta da Starlink, che in un primo momento era parsa una soluzione efficace per aggirare il blackout, è diventata progressivamente instabile e di difficile utilizzo. L’episodio, come sottolineano analisi del settore della difesa, dimostra come il controllo fisico del territorio e delle infrastrutture di terra da parte di uno Stato possa ancora rappresentare un’arma decisiva, capace di influenzare anche servizi tecnologici avanzati ritenuti al di sopra della sua portata. La guerra elettronica condotta da Teheran, con il plauso e l’interesse di attori come Mosca e Pechino, si configura quindi come un banco di prova cruciale, una partita giocata non solo sulle strade ma nelle frequenze e nei segnali, dove si testano le capacità di resistenza di strumenti nati per essere liberi.
Il regime e i suoi apparati saldi nonostante le proteste
Nonostante l’ondata di malcontento che ha attraversato il Paese, le valutazioni degli osservatori, tra cui quella dello specialista di sicurezza Ehud Ya’ari riportata dal quotidiano israeliano «Ma’ariv», indicano come non si vedano “crepe evidenti” nei solidi meccanismi di potere del regime. Il governo, l’esercito regolare, le Guardie Rivoluzionarie e i Basij sembrano mantenere una coesione che permette di gestire la repressione e, parallelamente, di portare avanti progetti di lungo periodo come quello del distacco dalla rete globale. La riapertura del Grand Bazaar di Teheran, simbolo dell’economia nazionale, suggella questo ritorno a una normalità imposta, mentre la sorveglianza prosegue sia nelle piazze che nel cyberspazio, in attesa di un possibile, drastico, taglio del cavo.
Verso un futuro di isolamento digitale
Il percorso verso un internet nazionale iraniano, totalmente scollegato dal mondo, appare dunque più concreto che mai. Il blackout in corso non è da leggere solo come una risposta temporanea al dissenso, ma come la fase operativa di una visione strategica che mira a erigere un muro digitale permanente. Una scelta che isolerebbe ulteriormente la popolazione, limitando qualsiasi forma di informazione non allineata e di contatto con l’esterno, cementando il controllo del regime in ogni aspetto della vita pubblica e privata. La sfida a Starlink ha dimostrato che la strada è percorribile e che gli strumenti per contrastare le tecnologie bypass esistono, preparando il terreno per un Iran che potrebbe presto assomigliare, nella sua clausura informatica, a pochi altri paesi al mondo.




