Il rammendo di Meloni con gli Usa e la sfida (inespressa) di Trump al Vaticano
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Redazione Interno
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Per Giorgia Meloni è arrivato il momento di tentare quello che, a tutti gli effetti, si configura come un’operazione di rammendo diplomatico con gli Stati Uniti, senza tuttavia dimenticare il “riscaldamento” europeo che l’ha preceduta. Ieri, tra sorrisi di circostanza e strette di mano calibrate, la presidente del Consiglio ha incontrato il premier eletto dell’Ungheria post Orbàn, Peter Magyar, e il polacco Donald Tusk; da questi colloqui – va detto – è scaturito un nuovo trattato d’amicizia con Varsavia, quasi a voler rinsaldare un fronte interno prima di affrontare la partita vera. Quella più difficile, infatti, si gioca oggi con Marco Rubio, inviato di Donald Trump in un ruolo che il cerimoniale definisce come “visita di cortesia”, sebbene nessuno creda davvero a un semplice scambio di fronzoli.
L’inviato e le “battute” che non si commentano
Dall’entourage della presidente filtra la volontà di non parlare delle “battute” pronunciate da Trump, quasi a voler sigillare in una bolla di ovattata diplomazia ciò che di sgradevole è già stato detto altrove. Eppure, il nodo vero – lo si capisce dalle agende – resta duplice: Libia e Libano. Due scenari nei quali l’Italia ha storicamente cercato di ritagliarsi un ruolo da mediatrice, ma dove la nuova amministrazione repubblicana, con Trump tornato alla Casa Bianca ormai da più di un anno, non sembra disposta a concedere spazi di manovra gratuiti. Rubio, del resto, è uomo che conosce bene i meccanismi della pressione: portare la discussione su Tripoli e Beirut significa testare la tenuta della Nato sul fianco sud, e insieme verificare quanto il peso di Roma possa ancora contare senza l’ombrello europeo.
La domanda di Stalin e il pallone di cristallo
Ci sarebbe da chiedersi, leggendo i gesti e le trasmissioni di questi giorni, se Trump abbia spedito a Roma il suo segretario di Stato ponendogli quella famosa domanda che Stalin, nel secondo dopoguerra, rivolse a chi gli suggeriva di tenere conto del peso di papa Pio XII: “Ma quante divisioni ha il Vaticano?”. Si può supporre che, se non in questi termini brutali, almeno nella sostanza una simile interrogazione aleggi nei pensieri del presidente americano, il quale continua a giudicare il papa come una delle pedine – poco significative, a suo avviso – nell’impresa del ridisegno degli equilibri internazionali. Ecco allora che l’incontro di Rubio con il Segretario di Stato vaticano, Robert Francis Prevost, assume i contorni di una pantomima carica di dissensi latenti: quando il diplomatico statunitense ha regalato al porporato un piccolo pallone da football di cristallo con il sigillo del Dipartimento di Stato, la risposta è stata un lapidario «Wow, ok…». Rubio stesso ha poi ammesso che il Papa, noto tifoso dei White Sox, è più «un tipo da baseball», quasi a sottolineare una distanza culturale incolmabile. Sullo sfondo, i nodi irrisolti di Cuba e Iran dividono ancor più che unire.
L’ultimatum su Teheran e la guerra di nervi
Proprio l’Iran rappresenta il fronte parallelo più caldo, un vero e proprio nuovo capitolo nella guerra di nervi tra Washington e Teheran. Secondo quanto ricostruito dall’agenzia Bloomberg, Trump ha alzato ulteriormente la posta dichiarando che un nuovo accordo con la Repubblica islamica «potrebbe accadere da un giorno all’altro», pur senza escludere lo scenario opposto di un fallimento totale. L’ultimatum è chiaro: “Accordo subito o colpiremo con più violenza”. Una frase che risuona come una minaccia a cielo aperto, mentre il premier israeliano – che pure non compare in questa cronaca se non per contesto – osserva da vicino le mosse americane. In questo quadro, la visita di Rubio in Italia diventa anche un banco di prova per capire se l’Europa, e Roma in particolare, intendano allinearsi alla linea della massima pressione o tentare l’ultima, stremata mediazione.




