Gratteri e il Venezuela: una narrazione sul narcotraffico da smontare
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Redazione Esteri
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La retorica politica, si sa, spesso costruisce nemici funzionali a disegni più ampi, e la recente escalation di accuse contro Caracas in materia di narcotraffico globale rientrerebbe perfettamente in questa dinamica strumentale. A smontare con lucidità e dati alla mano una propaganda diventata ormai dominante nel discorso pubblico internazionale è stato il procuratore capo di Napoli Nicola Gratteri, il quale, in un'intervista, ha respinto senza esitazione l'idea che il Venezuela sia il perno del mercato mondiale della droga. Quella avanzata da Donald Trump, secondo cui il controllo del petrolio rappresenta il vero obiettivo strategico, finisce così per trovare una conferma indiretta nelle parole del magistrato, il cui lavoro da decenni si confronta con le ramificazioni della criminalità organizzata transnazionale.
Le radici storiche di una strategia la storia degli interventi statunitensi in America Latina, d'altronde, offre un campionario piuttosto chiaro di come le accuse di narcotraffico siano state impiegate per giustificare azioni di forza volte a rimuovere regimi scomodi. Il caso di Manuel Noriega, il dittatore panamense catturato nel 1989 con un'operazione militare che causò numerose vittime e poi processato oltre confine proprio per traffico di droga, costituisce un precedente emblematico, un modello di azione che mescola giustizia, sovranità limitata e interessi geopolitici in una formula ormai collaudata. Quell'episodio, tra i molti, dimostra come l'impianto accusatorio legato agli stupefacenti possa servire a coprire finalità di politica estera che con la lotta alla droga hanno un rapporto alquanto labile.
La reale posizione di Caracas nella filiera entrando nel merito della questione, Gratteri delinea una geografia criminale assai diversa da quella dipinta dalla propaganda. Il Venezuela, che non è un Paese produttore di cocaina, si è ritagliato un ruolo di corridoio di transito a causa della sua posizione geografica, di un grave degrado istituzionale e dell'ascesa di gruppi criminali capaci di controllare porti e rotte. Questa collocazione, sebbene rilevante, resta marginale se paragonata al volume d'affari e al potere dei cartelli che operano lungo le principali direttrici globali, quelle che realmente dominano e orientano il mercato. Il procuratore napoletano, insomma, ricolloca il fenomeno in una prospettiva realistica, sottraendolo alla deformazione strumentale.
La vera posta in gioco: colpire le finanze l'analisi di Gratteri, tuttavia, non si limita a una smentita, ma indica anche la direzione che una lotta efficace dovrebbe intraprendere. Il punto cruciale, spesso eluso nei grandi proclami, risiede nell'attacco ai flussi finanziari delle organizzazioni, nel seguire il denaro che viene riciclato attraverso il sistema economico-legale globale. Concentrarsi esclusivamente sui corrieri o sui Paesi di transito, alcuni dei quali finiscono per essere elevati a capri espiatori, significa perdere di vista il cuore del problema, che batte nelle stanze del riciclaggio e negli investimenti illeciti. È lì, secondo il magistrato, che si gioca la partita decisiva, molto più che nelle operazioni militari o nelle accuse a Stati sovrani.




