Bitcoin in caduta libera, sotto i 70mila dollari e il rischio di una spirale
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
La regina delle criptovalute, che solo nell’ottobre del 2025 brillava a un picco senza precedenti di oltre 125mila dollari, ha infranto una soglia psicologica cruciale, scivolando sotto i 70mila dollari per la prima volta da novembre dello scorso anno. Un crollo, quello del 47% registrato in soli quattro mesi, che non mente e racconta una storia precisa: quella di un asset digitale divenuto parte integrante della macchina finanziaria globale, della quale pure voleva essere un’alternativa radicale, e delle promesse politiche che non si sono ancora tradotte in flussi reali e sostenibili. La domanda che ora attanaglia gli operatori, mentre si consuma questa discesa apparentemente inarrestabile, è una sola: quanto può ancora scendere Bitcoin?
L'anatomia del tracollo e i livelli di supporto ceduti
Negli ultimi giorni, come sottolineano gli specialisti, sono stati rotti diversi livelli di supporto verso il basso, un fenomeno tecnico che spesso innesca ulteriori vendite. Tra questi, un punto critico è stata la soglia dei 75.000 dollari, quella stessa che aveva resistito lo scorso aprile durante una correzione dei mercati. Il cedimento di quel livello, considerato un baluardo, ha spalancato le porte a vendite che hanno spinto il prezzo fino alle aree basse dei 60.000 dollari, toccate nella notte tra lunedì e martedì, un minimo che non si registrava da oltre un anno. Sebbene sia seguito un parziale rimbalzo, il movimento è stato così violento da riaccendere l’allarme tra gli investitori e riportare al centro del dibattito il rischio concreto di una nuova fase ribassista prolungata, un vero e proprio “inverno cripto”.
Il contesto geopolitico e la fuga verso i beni rifugio
A gravare sul sentiment, contribuendo a quel clima di incertezza che spesso spinge il capitale verso lidi più sicuri, ci sono le tensioni geopolitiche inasprite dalle recenti mosse dell’amministrazione statunitense. Le minacce tariffarie, le pretese avanzate sulla Groenlandia e le frizioni con paesi come l’Iran e il Venezuela hanno creato un mix di instabilità che ha spinto molti investitori a correre verso i beni rifugio tradizionali, primo tra tutti l’oro, garantendo maggiore sicurezza e stabilità. In questo quadro, la volatilità estrema di Bitcoin, unita alla sua ancora giovane storia, ne ha penalizzato la percezione come asset difensivo, accelerandone in parte la liquidazione.
La crisi di liquidità e gli attori in gioco
L’anatomia del crollo, tuttavia, non può prescindere da dinamiche interne all’ecosistema cripto, spesso indicate con l’espressione “spirale della morte”. Si tratta di un circolo vizioso in cui il calo dei prezzi mette sotto pressione soggetti chiave come i miner, costretti a vendere riserve per coprire i costi operativi, e le cosiddette “balene”, grandi detentori che liquidano posizioni. A ciò si aggiunge il ruolo ambivalente degli Exchange-Traded Fund (ETF) su Bitcoin, strumenti che hanno portato nuova liquidità ma che, in momenti di panico, possono anche amplificare le vendite. La creazione di una Riserva Strategica di Bitcoin attiva negli Stati Uniti, un’ipotesi che aveva alimentato l’entusiasmo durante la scalata al record, rimane per il momento un’idea che non si è materializzata in politiche concrete, lasciando un vuoto di fiducia.




