Bitcoin, il crollo da 125mila a sotto i 70mila dollari e il vento contrario della geopolitica

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Era dal novembre del 2024 che il bitcoin, la regina delle criptovalute, non scivolava al di sotto della soglia psicologica dei 70mila dollari, un traguardo che invece sembrava ormai consolidato dopo il balzo stratosferico dello scorso autunno. Il riaffiorare di tensioni geopolitiche internazionali, dalle minacce tariffarie alle pretese statunitensi sulla Groenlandia fino all’inasprirsi delle crisi con Iran e Venezuela, ha spinto infatti gli investitori a cercare rifugio in beni tradizionali considerati più sicuri, come l’oro e l’argento, abbandonando massicciamente gli asset percepiti come rischiosi. Una fuga che ha fatto perdere al bitcoin quasi la metà del suo valore in soli quattro mesi, allontanandolo in modo netto dal picco senza precedenti di oltre 125mila dollari toccato a ottobre, e che ha chiuso la peggiore settimana dal 2022.

L'anatomia di una discesa

Il prezzo, si sa, non mente: il crollo del 47% fatto registrare dal bitcoin racconta una storia precisa, che va al di là delle semplici fluttuazioni di mercato. Quella storia è fatta di promesse politiche, alcune delle quali legate all’amministrazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che non si sono tradotte nei flussi reali e negli interventi normativi attesi dagli operatori. L’idea di una Riserva Strategica di Bitcoin attiva, che aveva alimentato l’entusiasmo e spinto le quotazioni verso l’alto, è rimasta per lo più sulla carta, mentre l’asset digitale è diventato parte integrante della complessa macchina finanziaria globale dalla quale, in origine, ambiva a distinguersi come alternativa radicale.

La crisi di liquidità e i movimenti delle balene

A contribuire alla volatilità estrema, che ha visto il bitcoin sprofondare fino a un minimo di poco sopra i 60mila dollari prima di un rimbalzo del 10% verso quota 67.200, è stata una crisi di liquidità nel sistema. I grossi detentori, spesso chiamati “balene” per la loro capacità di muovere i mercati con ordini di enorme entità, così come le attività dei miner e la dinamica degli Exchange-Traded Fund (ETF), hanno giocato un ruolo non secondario in questo movimento violento. Si è trattato, in sostanza, di una tempesta perfetta dove fattori tecnici e macroeconomici si sono sommati, creando un terreno fertile per vendite rapide e speculative.

Mercati in allarme e il fantasma di un inverno cripto

Il brusco affondo nella notte tra lunedì e martedì, che ha portato la criptovaluta a livelli non veduti da oltre un anno, ha riacceso l’allarme generale tra gli investitori e riportato al centro del dibattito finanziario il rischio concreto di una nuova fase ribassista prolungata, un vero e proprio “inverno cripto”. La parziale reazione dei corsi, seppur significativa, non è bastata a dissipare del tutto l’atmosfera di incertezza e tensione che aleggia sul settore, il quale si trova a navigare in acque inesplorate, stretto tra le sue ambizioni decentralizzatrici e la nuova realtà di essere un ingranaggio sempre più interconnesso con la finanza tradizionale.

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