Mandati di comparizione del New York Times, l'amministrazione Trump nel mirino dei giornalisti per l'inchiesta sul nuovo Air Force One
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Redazione Esteri
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Le immagini del nuovo Air Force One, il Boeing 747-8 donato dal Qatar al presidente degli Stati Uniti Donald Trump e presentato dalla Casa Bianca a fine giugno con un video dal taglio trionfale, hanno lasciato presto il posto a una bufera giudiziaria e politica che ha per protagonisti il New York Times e l'amministrazione Trump.
La vicenda, che ruota attorno ai presunti problemi di sicurezza del nuovo velivolo presidenziale, ha subito un'accelerazione nei giorni scorsi quando alcuni giornalisti del quotidiano americano hanno ricevuto mandati di comparizione federali, un atto che il giornale ha definito un'intimidazione e un attacco alla libertà di stampa garantita dal Primo Emendamento della Costituzione.
La donazione dell'aereo, stimato intorno ai 400 milioni di dollari, aveva già sollevato un vespaio di polemiche etiche e legali, con molti esponenti politici, anche dello stesso partito repubblicano, che avevano parlato apertamente di un possibile conflitto di interessi, se non di un vero e proprio "regalo" da parte di una potenza straniera in cambio di favori.
La cronaca di un rientro movimentato dal vertice Nato
Il polverone è esploso quando il New York Times ha rivelato che il presidente Trump, durante il recente vertice Nato ad Ankara, avrebbe fatto ritorno negli Stati Uniti non sul nuovo e luccicante jet ricevuto in dono dal Qatar, ma sul vecchio Air Force One, il modello ormai datato che il nuovo velivolo avrebbe dovuto sostituire.
Secondo quanto ricostruito dal quotidiano, citando fonti anonime dei servizi di sicurezza, il Secret Service avrebbe fortemente consigliato al presidente di non utilizzare il nuovo Boeing 747-8 per il rientro dalla Turchia, un paese che, come noto, si trova in una posizione geografica delicata e in un momento di rinnovata tensione con l'Iran.
La ragione di questa raccomandazione, come spiegato dai funzionari, sarebbe stata l'assenza, sul nuovo aereo donato dal Qatar, di alcune delle sofisticate contromisure difensive presenti sul vecchio modello, tra cui i sistemi antimissile in grado di proteggere il velivolo da minacce durante i voli in aree calde del pianeta. Il timore del Secret Service era che il nuovo Air Force One, non ancora completamente equipaggiato, potesse rappresentare un bersaglio più vulnerabile, un rischio che non si era voluto correre.
Le carenze di sicurezza e il dibattito sull'adeguamento
Il nocciolo della questione, sollevato dall'inchiesta del New York Times, riguarda la rapidità con cui il Boeing 747-8 donato dal Qatar sarebbe stato trasformato in Air Force One. Mentre per i precedenti modelli sono stati necessari anni di lavori e costi miliardari per installare tutti i sistemi di difesa, comunicazione e schermatura necessari, l'adeguamento del jet qatariota sarebbe stato completato in meno di un anno presso una struttura segreta in Texas.
Questa fretta, secondo le fonti citate dal giornale, avrebbe portato a sacrificare alcune capacità meno utilizzate ma cruciali in scenari di minaccia elevata, come appunto il sistema di difesa antimissile. Ex funzionari dell'Aeronautica militare hanno dichiarato al New York Times di essere rimasti sorpresi nel vedere il presidente utilizzare questo aereo per un viaggio all'estero, sottolineando come i tempi stretti non avessero permesso tutte le modifiche necessarie per garantire gli standard di sicurezza del vecchio Air Force One.
La Casa Bianca, dal canto suo, ha respinto ogni critica, definendo il nuovo Air Force One un aereo "all'avanguardia" dotato dei più alti protocolli di sicurezza, mentre l'Aeronautica ha ammesso di aver dovuto operare delle "rinunce" su alcune capacità per accelerare i tempi di consegna.
Mandati di comparizione, la strategia dell'amministrazione e la reazione del giornale
La risposta dell'amministrazione Trump all'inchiesta del New York Times è stata durissima e ha assunto i contorni di un attacco frontale alla libertà di informazione. Nella giornata di venerdì, mandati di comparizione sono stati notificati a quattro giornalisti del quotidiano – Julian E. Barnes, Eric Lipton, Tyler Pager ed Eric Schmitt – autori degli articoli sui problemi di sicurezza del nuovo Air Force One.
I reporter sono stati citati a comparire mercoledì davanti a un gran giurì federale a Manhattan, con l'accusa di aver violato una legge federale per aver pubblicato informazioni riservate. In alcuni casi, gli agenti federali hanno consegnato i mandati direttamente alle abitazioni dei giornalisti, un gesto che il legale del New York Times, David McCraw, ha definito "una straordinaria escalation" e un atto che "dovrebbe sconvolgere la coscienza di ogni americano che crede nella Costituzione".
L'amministrazione, secondo quanto riportato, aveva già tentato di fermare la pubblicazione dell'articolo, con un alto funzionario dell'FBI che aveva chiesto alla redazione di rinviare l'uscita del pezzo per motivi di sicurezza nazionale, senza però fornire spiegazioni.
Un precedente pericoloso per la libertà di stampa
La vicenda dei mandati di comparizione contro i giornalisti del New York Times si inserisce in un contesto di rapporti già tesi tra l'amministrazione Trump e i media americani, ma rappresenta un passo che molti osservatori definiscono senza precedenti per la sua gravità. L'uso dei mandati per costringere i giornalisti a rivelare le proprie fonti, o comunque per punirli per un'inchiesta considerata sgradita, è uno strumento che viene tradizionalmente utilizzato con estrema cautela, proprio per il rischio di minare il ruolo di watchdog della stampa.
L'accusa, mossa dal giornale, è che l'amministrazione stia cercando di intimidire i reporter per impedire al pubblico di conoscere i fatti sul nuovo Air Force One e, più in generale, sul funzionamento del governo. La reazione del mondo dell'informazione e delle associazioni per i diritti civili non si è fatta attendere, con molti che hanno visto in questa azione un pericoloso precedente per la libertà di stampa, un pilastro della democrazia americana, in un momento in cui il confine tra sicurezza nazionale e diritto di cronaca diventa sempre più labile.




