Usa-Iran, Teheran: "Le trattative diplomatiche continuano", ma gli Houthi annunciano il blocco marittimo dell'Arabia Saudita
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Redazione Esteri
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Nonostante le minacce muscolari e gli attacchi reciproci che hanno caratterizzato le ultime settimane, il mondo segue con apprensione gli sviluppi della situazione in Medio Oriente, dove al fragore delle armi si accompagnano, ancora una volta, i tentativi – per quanto flebili – della diplomazia. Da un lato, i raid e le contromisure militari che hanno riacceso i timori di un conflitto su larga scala; dall'altro, le dichiarazioni ufficiali che lasciano intendere come i canali di comunicazione non siano stati del tutto interrotti.
A confermare la persistenza di un filo conduttore diplomatico è stato il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, il quale, durante una conferenza stampa a Teheran, ha rivelato che l'apparato diplomatico della Repubblica Islamica è rimasto attivo negli ultimi giorni, ricevendo messaggi e proposte da mediatori di paesi terzi senza tuttavia scendere nei dettagli specifici del contenuto di questi scambi.
In questo quadro di incertezza, fonti citate dall'agenzia Reuters hanno ipotizzato la possibilità di una tregua di 10 giorni, un tentativo di raffreddare gli animi che però si scontra immediatamente con la mossa degli Houthi, i miliziani filo-iraniani dello Yemen che hanno annunciato un blocco marittimo contro l'Arabia Saudita, allargando di fatto il raggio del conflitto e rendendo ancor più impervia la strada verso una distensione.
Il nodo strategico dello Stretto di Hormuz
Per comprendere appieno le ragioni dell'attuale escalation e la difficoltà di trovare un punto d'incontro, occorre spostare l'attenzione sullo Stretto di Hormuz, il vero e proprio ago della bilancia di questo scontro.
Secondo Sima Shine, già responsabile del dossier Iran per il Mossad e oggi ricercatrice presso l'Institute for National Security Studies (INSS), il confronto non riguarda più solamente il programma nucleare iraniano, bensì il controllo di questa via d'acqua cruciale per il commercio globale del petrolio, un passaggio strategico che l'Iran considera ormai una conquista fondamentale per la propria sopravvivenza e influenza regionale.
L'analista ha spiegato come il memorandum d'intesa firmato a Islamabad lo scorso giugno, che prevedeva consultazioni tra Teheran e gli Stati costieri del Golfo per la gestione dello Stretto, abbia di fatto aperto una partita nella quale gli iraniani hanno subito tentato di imporre un nuovo regime di transito attraverso la creazione di un'apposita autorità, la Persian Gulf Strait Authority (Pgsa).
Una mossa che ha spinto gli Stati Uniti a reagire scortando le navi lungo le coste omanite, aggirando così il controllo iraniano e innescando una reazione a catena che ha portato all'attacco del 7 luglio contro tre mercantili e alla conseguente intensificazione dei raid americani, voluti dal presidente Trump per evitare di mostrare debolezza e incoraggiare ulteriori provocazioni.
Un confronto destinato a durare e il ruolo di Israele
Secondo la visione di Shine, ci troviamo ormai nel pieno di una guerra dalla quale non si intravede una via d'uscita immediata, e le prospettive per un compromesso sono minime, poiché per l'Iran il controllo di Hormuz rappresenta un risultato strategico ed economico di gran lunga più rilevante rispetto al programma nucleare, che ha subito danni enormi.
Gli Stati Uniti, dal canto loro, non possono permettersi di chiudere il conflitto concedendo a Teheran una vittoria di tale portata, il che rende la situazione destinata a protrarsi per settimane o mesi, in una logica di resistenza economica e militare. In questo scenario complesso, un attore chiave come Israele sembra destinato a rimanere, per ora, ai margini del conflitto diretto.
L'ex dirigente del Mossad ha escluso un intervento israeliano a meno di un attacco diretto da parte dell'Iran, sottolineando come lo Stato ebraico sia completamente sotto l'ombrello protettivo americano e come un suo coinvolgimento trasformerebbe la guerra in un conflitto su vasta scala che nessuna delle parti, al momento, desidera.
Anche se Gerusalemme sta adottando una postura di deterrenza e ha ricevuto decine di aerei cisterna, la decisione su un eventuale intervento resta esclusivamente nelle mani della Casa Bianca e dipenderà dalle valutazioni politiche di Trump, che finora non sembra intenzionato ad allargare il fronte bellico.
Il regime iraniano tra resilienza e fragilità
Nonostante i danni subiti a livello militare e infrastrutturale, con attacchi che hanno colpito non solo sistemi antiaerei e missilistici ma anche ponti e linee ferroviarie, il regime degli Ayatollah dimostra una tenuta che gli analisti occidentali avrebbero sottovalutato.
Shine ha sottolineato come la guerra per l'Iran non sia finalizzata al cambio di regime, quanto piuttosto alla neutralizzazione dei missili balistici e del programma nucleare, ma la resilienza del sistema politico-religioso è tale che nessun bombardamento dall'alto può abbatterlo, poiché si tratta di una struttura complessa che continua a funzionare anche senza il suo vertice principale.
Tuttavia, la vulnerabilità del regime esiste e si manifesta nelle profonde tensioni sociali e nel malcontento popolare, alimentati da una crisi economica che la guerra ha solo aggravato. Per l'Iran, sopravvivere al conflitto e rimanere al potere rappresenta già di per sé una vittoria, ma il prezzo pagato in termini di risorse e capacità distrutte lo costringerà a concentrarsi su se stesso, riducendo la sua capacità di esportare la rivoluzione e sostenere le milizie alleate come Hezbollah, la cui sorte in Libano resta legata a doppio filo alle sorti di Teheran.
Di fronte a questo quadro, la diplomazia appare uno strumento fragile ma indispensabile, e l'analista Shine ha indicato come l'unica via percorribile sia quella di un accordo, seppur imperfetto, che impedisca all'Iran di ricostruire il suo arsenale e che ristabilisca un equilibrio nella regione, un equilibrio che però appare sempre più lontano finché il controllo dello Stretto di Hormuz resterà la posta in gioco principale.
La guerra, insomma, potrebbe concludersi con un Iran militarmente indebolito ma ancora in piedi, costretto a fare i conti con una realtà devastata e con una popolazione sempre più stanca, gettando le basi per una nuova, instabile fase di tensione latente in Medio Oriente.




