Landini e la parola "cortigiana", la Crusca dà ragione a Meloni

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La polemica, scoppiata nel corso di una trasmissione televisiva quando il segretario della Cgil ha definito la presidente del Consiglio Giorgia Meloni una “cortigiana” di Donald Trump, ha immediatamente travalicato i confini del dibattito politico per approdare in un territorio più scivoloso, quello della correttezza linguistica e delle sue implicazioni. L’affermazione, che ha generato un’immediata reazione da parte della stessa Meloni, ha posto l’accento su un possibile doppio standard nel linguaggio politico, sollevando la questione se un insulto, quando rivolto a una donna che rappresenta un orientamento politico di destra, venga o meno percepito con la stessa carica sessista che avrebbe in altri contesti.

La spiegazione di Landini e il contesto evocato

Intervenuto più volte per chiarire la propria posizione, Maurizio Landini ha sostenuto con decisione di non volersi scusare per l’uso di quel termine, affermando anzi che lo ridirebbe, sebbene precisandone il contesto. Il segretario generale del sindacato ha spiegato come la parola “cortigiana” fosse inserita in una discussione più ampia, della durata di circa dieci minuti, che mirava a motivare quella specifica definizione, legandola alla presenza della premier alla firma di un documento per la pace a Gaza, in Egitto, accanto al presidente degli Stati Uniti. “Non si può estrapolare solo una parola”, ha ribadito, sottolineando come la sua intenzione fosse quella di evitare qualsiasi strumentalizzazione su quanto affermato in quella sede.

Il pronunciamento dell'Accademia della Crusca

A porre un argine netto alla disputa linguistica è intervenuta l’Accademia della Crusca, la cui autorevole voce ha di fatto dato ragione alla protesta di Giorgia Meloni. L’istituzione, che custodisce e studia la lingua italiana, ha infatti confermato come la definizione di “cortigiana” riportata dalla presidente del Consiglio, la quale ne aveva sottolineato la connotazione spregiativa e legata a una “donna di facili costumi”, sia corretta e riscontrabile su tutti i dizionari. Pur senza entrare nel merito della polemica politica, gli accademici hanno classificato l’episodio come uno di quegli “scivoloni” in cui si incorre quando non si utilizza la lingua con la dovuta cautela, implicitamente suggerendo che una maggiore attenzione lessicale sarebbe stata opportuna.

Le implicazioni di un linguaggio politicizzato

Al di là delle singole posizioni, la vicenda ha messo in luce la delicatezza del linguaggio nel confronto politico, specialmente quando a essere coinvolti sono appellativi che toccano la sfera personale e di genere. Se da un lato Landini ha insistito sul significato politico e metaforico del termine, volto a descrivere una relazione di sudditanza, dall’altro la reazione e il successivo sostegno della Crusca hanno evidenziato come il peso semantico delle parole, soprattutto di quelle storicamente cariche di un certo significato, non possa essere facilmente neutralizzato o ridefinito da una semplice spiegazione del contesto immediato. La questione, quindi, rimane aperta, non sulla volontà o meno di offendere, ma sulla reale possibilità di scindere un termine dalla sua accezione più comune e consolidata.

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