L’attacco alla base di Erbil e il gelo tra Meloni e le opposizioni

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il missile o, come qualcuno ha ricostruito nelle ore immediatamente successive, lo sciame di droni che nella notte tra l’11 e il 12 marzo ha preso di mira Camp Singara, la zona della base italiana di Erbil dove sono acquartierati i nostri militari, non ha provocato vittime né feriti tra i soldati del contingente – e questo, come è stato fatto notare dai vertici del Ministero della Difesa, è dipeso dall’efficacia dei protocolli di sicurezza e dalla rapidità con cui il personale si è riparato nei bunker – ma ha innescato, sul fronte politico interno, una reazione a catena destinata ad allargare ulteriormente la frattura tra la maggioranza e i partiti di opposizione. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha rotto il silenzio nelle stesse ore attraverso un messaggio pubblicato sui suoi canali social, nel quale ha espresso, a nome dell’esecutivo e a Titolo personale, solidarietà e vicinanza agli uomini e alle donne delle Forze armate, dichiarandosi orgogliosa del coraggio e della professionalità che essi mettono al servizio della pace e della sicurezza nei teatri di crisi internazionali, mentre confermava di essere in costante contatto con i ministri Antonio Tajani e Guido Crosetto per seguire l’evolversi di una situazione che, inevitabilmente, resta fluida e densa di incognite.

Il ritorno in Aula e la proposta di un tavolo di confronto

Sollecitata da tempo dalle opposizioni, che ne chiedevano la presenza in Parlamento per riferire sugli sviluppi del conflitto in Medio Oriente e sulla posizione italiana, Meloni si è presentata alle Camere a dodici giorni dall’inizio dell’offensiva denominata Epic Fury, e lo ha fatto con un discorso calibrato nei toni, nel quale ha tentato di tenere insieme la ferma condanna di ogni violazione del diritto internazionale, pur definendo l’intervento statunitense e israeliano come un atto unilaterale, e la necessità, da lei ribadita più volte, di impedire all’Iran di dotarsi della bomba atomica. Al Senato, nella prima delle due giornate di comunicazioni, la premier ha lanciato quello che è parso un appello alla coesione nazionale, proponendo l’istituzione di un tavolo a Palazzo Chigi che coinvolgesse le forze di opposizione per condividere le linee di azione del governo in una fase così delicata, una mossa che poteva essere letta come un tentativo di ricucire uno strappo che, col passare delle ore, si è rivelato invece incolmabile.

Le reazioni delle opposizioni e l’ironia di Fratoianni

Se l’intenzione era quella di sgelare un clima politico reso incandescente dalle polemiche dei giorni precedenti, l’effetto conseguito è stato esattamente opposto, perché Nicola Fratoianni, leader di Alleanza Verdi e Sinistra, ha preso la parola alla Camera per sottolineare come l’aplomb istituzionale mostrato dalla presidente del Consiglio fosse parso loro, a molti, una maschera provvisoria, destinata a cadere nel momento in cui si sarebbe tornati allo scontro frontale. Fratoianni, con una punta di ironia che non è passata inosservata, ha osservato che forse sarebbe stato più saggio attendere ancora qualche giorno prima di convocare quel tavolo, dal momento che mancano ancora molti elementi per avere un quadro chiaro della situazione, e ha incalzato la premier con una domanda secca e diretta: intende o non intende condannare l’attacco illegale condotto da Donald Trump e da Benjamin Netanyahu contro l’Iran?. Una domanda, questa, che secondo Fratoianni non ha trovato risposta, e che rivela, a suo giudizio, l’imbarazzo di un governo costretto a destreggiarsi tra la fedeltà atlantica e la necessità di difendere il diritto internazionale.

Il botta e risposta con Schlein e l’elenco degli insulti

Alla Camera, il confronto si è acceso ulteriormente quando Elly Schlein, segretaria del Partito Democratico, ha invitato Meloni a posare la clava, accusandola di aver mostrato un volto conciliante per poche ore per poi tornare immediatamente agli attacchi, e ricordando come fosse stata lei stessa, a giugno, a telefonare alla presidente del Consiglio per offrire collaborazione in occasione dei primi attacchi. Meloni, nella sua replica, ha invece rivendicato la coerenza dei propri toni, sostenendo di essere stata accolta da insulti personali, e ha citato una serie di epiteti che sarebbero stati rivolti alla sua persona da esponenti dell’opposizione: serva, ridicola, imbarazzante, pericolo per l’umanità, e persino l’immagine di una persona che striscia per non inciampare, tutte espressioni che, a suo dire, dimostrano l’assenza di una reale volontà di dialogo costruttivo da parte di chi dice di voler collaborare. Una ricostruzione, quella della presidente del Consiglio, che Schlein ha respinto con fermezza, ribadendo la piena disponibilità del Partito Democratico a confrontarsi, ma a patto che si smetta di alzare muri e si dica chiaramente se si è disposti a chiedere a Trump e Netanyahu di fermare le loro operazioni militari.

Lo spettacolo in Aula e la risoluzione di maggioranza

L’esito della giornata parlamentare, al netto degli scambi di accuse e delle rivendicazioni incrociate, è stato il via libera dell’Aula della Camera alla risoluzione presentata dalla maggioranza, che ha incassato 196 voti favorevoli contro 122 contrari e tre astenuti, mentre il clima, complessivamente, restava quello di un’occasione mancata per ricomporre, almeno sui grandi temi di politica estera, un minimo comune denominatore tra le parti. Giuseppe Conte, dal canto suo, ha bollato la proposta del tavolo come una potenziale presa in giro, una sfilata a Palazzo Chigi priva di sostanza, accusando Meloni di aver paragonato impropriamente l’attacco del drone americano a quanto accaduto in passato, e sostenendo che alla presidente del Consiglio manchino il coraggio e la schiena dritta per assumere posizioni nette di fronte a quelle che lui ha definito violazioni del diritto internazionale.

La posizione italiana e le contraddizioni emerse

Nel merito delle comunicazioni, Meloni ha ribadito la necessità di una prudenza estrema, spiegando che l’Italia non è coinvolta nel conflitto e non intende entrarvi, ma ha anche dovuto ammettere che gli scenari sono tali da costringere chi governa a scegliere tra opzioni tutte in qualche modo svantaggiose. Ha chiesto che le operazioni militari di Israele e Stati Uniti preservino l’incolumità dei civili, condannando la strage di bambine in una scuola di Minab e la morte di civili in Libano, compreso il parroco di Qlayaa, e ha riferito di aver espresso a Netanyahu la contrarietà italiana a qualunque escalation, sottolineando al contempo la necessità di rivedere le regole di ingaggio della missione Unifil in Libano per garantire la sicurezza dei soldati italiani. Il governo, ha spiegato ancora la premier, è cauto sull’invio di navi da guerra nello Stretto di Hormuz, perché il rischio di essere coinvolti direttamente è troppo alto, e sulla richiesta di utilizzare le basi italiane per operazioni non contemplate dagli accordi bilaterali ha promesso che ogni decisione sarà preceduta da un confronto con il Parlamento. Parole che, nelle intenzioni, miravano a rassicurare circa la capacità dell’Italia di navigare a vista in uno scenario di guerra, ma che non hanno impedito alle opposizioni di parlare di ambiguità e di subalternità agli Stati Uniti di Trump, in un alternarsi di dichiarazioni che ha finito per confermare, semmai ce ne fosse stato bisogno, quanto il confronto politico interno sia oggi, suo malgrado, condizionato dagli equilibri e dagli scontri che si consumano a migliaia di chilometri di distanza.

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