3I/Atlas, il vagabondo interstellare che ha portato l’acqua nel sistema solare

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   Il terzo ospite proveniente da un altro sistema stellare mai osservato dall’uomo, la cometa interstellare 3I/Atlas, ha rivelato nel suo viaggio attraverso i pianeti interni una composizione chimica che lascia gli astronomi a riflettere sulle origini della vita. L’astrofisico Dennis Bodewits, docente presso l’Università di Auburn, ha guidato un team che, grazie alle osservazioni condotte con il Neil Gehrels Swift Observatory della NASA, ha identificato per la prima volta in maniera inequivocabile la presenza di radicali idrossilici nella chioma dell’oggetto -6. Si tratta, come è noto agli esperti del settore, di un marcatore molecolare che svela senza ombra di dubbio la presenza di acqua, la molecola che sulla Terra ha reso possibile tutto. La scoperta, pubblicata a settembre sulle pagine di The Astrophysical Journal Letters, ha quantificato la produzione di vapore acqueo in circa quaranta chilogrammi al secondo, un dato sorprendente se si considera la distanza dell’astro dalla nostra stella al momento delle rilevazioni -6.

La firma chimica di un mondo lontano nelle immagini di Spherex

Le analisi successive, condotte con lo spettrofotometro SPHEREx della stessa agenzia spaziale statunitense, hanno ulteriormente arricchito il quadro compositivo della cometa, rivelando una varietà di molecole organiche che popolano l’atmosfera diffusa che avvolge il suo nucleo -2-3. Lo spettrografo dell’osservatorio ha catturato le emissioni della chioma in due momenti cruciali della traiettoria di 3I/Atlas: il primo ad agosto del 2025, quando l’oggetto si trovava in fase di avvicinamento al perielio, e il secondo a dicembre dello stesso anno, dopo il punto di massima vicinanza al Sole e in prossimità del minimo avvicinamento alla Terra -2-10. Il confronto tra i due set di dati ha mostrato un incremento dell’attività cometaria, con un significativo aumento delle polveri e dei gas rilasciati, un fenomeno attribuibile alla sublimazione dei ghiacci innescata dalla radiazione solare. Nel passaggio di dicembre, infatti, SPHEREx ha registrato una quantità di vapore acqueo fino a quaranta volte superiore rispetto ai mesi precedenti, insieme alla chiara presenza di composti come anidride carbonica, monossido di carbonio e cianuro -2-9. Non si tratta, come hanno tenuto a precisare i ricercatori coordinati da Carey Lisse del Johns Hopkins Applied Physics Laboratory, di una prova dell’esistenza di forme di vita, bensì della conferma che i cosiddetti “mattoni della vita” – molecole che contengono carbonio e idrogeno – sono disseminati anche in sistemi planetari diversi dal nostro -2-7.

Il risveglio della cometa e il mistero del suo vero numero

Le osservazioni effettuate lo scorso giugno dall’Osservatorio astronomico Rubin, in Cile, hanno aggiunto un tassello temporale inedito alla vicenda, rivelando che l’enigmatico celeste era già stato immortalato una decina di giorni prima della sua scoperta ufficiale, avvenuta il primo luglio 2025 grazie al sistema di allerta Atlas -2. La luce solare, agendo sul nucleo della cometa, ha innescato un vero e proprio “risveglio” dell’oggetto, liberando composti rimasti intrappolati nel ghiaccio per eoni. Questo processo ha reso la chioma di 3I/Atlas un laboratorio naturale in continua evoluzione, dove la sublimazione dell’acqua ha permesso il rilascio di materiali organici più complessi, fino a quel momento rimasti sigillati negli strati profondi del nucleo -7. L’intensa attività osservata a dicembre, con getti di materia che fuoriuscivano in più direzioni, ha confermato che il nucleo, la cui stima del diametro si attesta ora tra i 2,4 e i 2,8 chilometri secondo recenti analisi del telescopio Hubble, è una sorgente dinamica e complessa -4.

Diecimila miliardi di ospiti invisibili nella nube di Oort

A complicare ulteriormente il racconto di questo passaggio interstellare è giunta una riflessione teorica dell’astrofisico Avi Loeb, il quale, partendo dalle dimensioni aggiornate del nucleo di 3I/Atlas e dalla frequenza con cui oggetti simili vengono intercettati dai sistemi di sorveglianza come Atlas, ha azzardato un calcolo sulle popolazioni invisibili che condividono lo spazio con i pianeti del sistema solare -4. Assumendo che la cometa abbia una densità tipica di 0,5 grammi per centimetro cubo, la sua massa si aggirerebbe attorno ai 5 miliardi di tonnellate. Se oggetti di questa natura fossero comuni nella galassia, allora, basandosi sul principio che la loro rilevabilità implica una certa densità, all’interno dell’orbita di Giove dovrebbe trovarsi costantemente almeno un visitatore interstellare. Estrapolando questo dato al volume immenso della Nube di Oort, la regione sferica e remota che avvolge il sistema solare, Loeb ha suggerito che il numero di corpi come 3I/Atlas potrebbe aggirarsi intorno ai diecimila miliardi -4. Una quantità enorme di materia, equivalente a circa cento masse terrestri, che giungerebbe da altri sistemi planetari e che, se confermata dalle future indagini del telescopio Vera Rubin, riscriverebbe completamente le teorie sulla formazione e lo scambio di materiale tra le stelle.

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