La parata del 9 maggio senza carri armati: come la paura dei droni ucraini ha sfilato dentro il Cremlino

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Per decenni, lo studio del comportamento russo in politica estera ha privilegiato una lettura realista, incentrata sulla potenza di fuoco e sulle risorse materiali, quasi a voler suggerire che la forza bruta – quella dei missili e dei battaglioni corazzati – bastasse a spiegare ogni scelta del Cremlino. Eppure, come spesso accade quando si analizzano regimi fondati su un’idea di potenza inattaccabile, sono proprio i fattori ideologici, i legami con il mito politico e la narrazione storica a rivelarsi i più fragili. Lo dimostra, in maniera quasi paradossale, l’annullamento – o meglio, la drastica riduzione – della parata del 9 maggio a Mosca, un appuntamento sacro nel calendario patriottico russo, dove si celebra la vittoria sovietica nella Seconda Guerra Mondiale. Non ci saranno, quest’anno, mezzi corazzati, sistemi missilistici, né i cadetti e gli allievi delle scuole militari Suvorov e Nakhimov: una decisione che il ministero della Difesa russo ha giustificato con la «situazione operativa in corso» e con i rischi connessi alle «attività terroristiche dell’Ucraina». Una formula, quest’ultima, che rivela molto più di quanto non nasconda.

Il silenzio dei carri armati e la piazza Rossa aperta al pubblico

I moscoviti, in realtà, lo avevano già intuito settimane prima, notando un’anomalia difficile da ignorare in una città abituata, da anni, a subire blocchi del traffico e restrizioni draconiane in prossimità del 9 maggio. Nessun improvviso blocco per le prove, nessuna paralisi del centro – che l’anno scorso, complice anche l’ottantesimo anniversario, era rimasto interdetto per giorni interi – e soprattutto la Piazza Rossa aperta al pubblico a pochi giorni dalla data fatidica. Un dettaglio, quest’ultimo, che da solo vale più di un rapporto d’intelligence: quando un regime chiude le piazze ai propri cittadini per paura di un attentato, mostra forza; quando le riapre, ammette implicitamente di non poter più sostenere il costo simbolico di una sfilata blindata. Il Cremlino, insomma, ha scoperto di essere vulnerabile proprio laddove si credeva invincibile: nella capacità di proiettare un’immagine di controllo assoluto sul territorio.

Droni a lunga distanza e la figuraccia evitata in mondovisione

La traduzione non ufficiale della nota della Difesa – quella che nessun comunicato ufficiale potrà mai contenere – è piuttosto semplice: Vladimir Putin teme i droni ucraini. E non si tratta di una paura irrazionale, se è vero che Kiev ha recentemente rivendicato di aver colpito con precisione obiettivi distanti più di 1500 chilometri dalla base di lancio. Una capacità, quella dimostrata dalle forze di Zelensky, che ridisegna completamente la geografia dei rischi per Mosca: nessuna parata all’aperto, nessuna concentrazione di mezzi e truppe nel cuore simbolico della capitale può più considerarsi al sicuro da un attacco aereo. L’anno scorso, la parata si era svolta ancora in forma quasi integrale, con i carri armati che rombavano sulle pietre della piazza Rossa e i cadetti che sfilavano in ordine perfetto. Quest’anno, invece, la rinuncia ai mezzi militari e persino agli allievi delle scuole di formazione ufficiali è la prova tangibile di un cambiamento: la guerra è entrata in una fase dove la propaganda visuale, le immagini trasmesse in mondovisione, possono trasformarsi in un boomerang. Meglio una parata dimessa, quindi, piuttosto che un kolossal interrotto da una colonna di fumo o, peggio, dall’esplosione di un drone in diretta globale.

La vittima della propria narrazione: quando il mito diventa gabbia

Ed è proprio qui che si manifesta la contraddizione più profonda, quella che rende Putin vittima della sua stessa narrazione. Per anni, il presidente russo ha costruito il suo consenso interno su due pilastri: l’invincibilità militare della Federazione e l’immagine di un nemico ucraino ridotto a pedina terrorista alle dipendenze dell’Occidente. Ora, quel nemico – che Mosca aveva dipinto come disorganizzato e tecnologicamente inferiore – dimostra di poter colpire a mille e cinquecento chilometri di distanza, costringendo il Cremlino a un’umiliante marcia indietro sulla propria festa più importante. Non si tratta, badiamo bene, di una sconfitta militare sul campo, ma di una crepa nel racconto patriottico che tiene insieme il paese. Quando la paura degli attentati (termine usato dalla Difesa russa) modifica persino il cerimoniale del 9 maggio, significa che l’idea stessa di sicurezza è cambiata. E la decisione di escludere il convoglio di mezzi militari, pur mantenendo il passaggio della fanteria e dei reparti tradizionali, è una sorta di compromesso imbarazzante: si cerca di salvare la faccia senza rischiare un disastro mediatico. Il regime, insomma, scopre con ritardo ciò che i suoi cittadini moscoviti avevano già intuito passeggiando per una Piazza Rossa insolitamente libera: l’in vulnerabilità è solo un’altra parola per dire finzione, finché un drone non te la smentisce dall’alto.

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