L’Italia smette di cercare lavoro: il paradosso dei 30 mila occupati in meno
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
Nonostante il Titolo del “Primo Maggio” appena trascorso evochi tradizionalmente la celebrazione dei diritti dei lavoratori, i dati diffusi ieri dall’Istat hanno consegnato al governo un risveglio ben meno festoso. A marzo 2026, infatti, il mercato del lavoro italiano mostra una fotografia impietosa, dove la diminuzione del tasso di disoccupazione – sceso al 5,2% contro il 5,3% di febbraio – non rappresenta affatto un trionfo, ma l’amara conseguenza di un fenomeno ben più preoccupante: l’aumento massiccio degli inattivi. In parole povere, non c’è lavoro, ma sono sempre di più quelli che hanno smesso persino di cercarlo.
I numeri che ingannano: occupazione in caduta libera
L’analisi dei numeri assoluti, spesso elusiva se presa superficialmente, rivela una contrazione netta. L’Istat ha rilevato che il numero complessivo di occupati è sceso a 24 milioni 124mila unità, registrando una flessione di 12mila unità rispetto al mese precedente e, ancor più significativamente, un crollo di 30mila unità se confrontato con marzo 2025. Una contrazione, quest’ultima, che interrompe bruscamente la fase di rimbalzo seguita alla pandemia. A essere colpiti, in questa spirale discendente, sono principalmente i lavoratori più fragili: i dipendenti a termine (scesi a 2 milioni 440mila) e gli autonomi (5 milioni 270mila), mentre i dipendenti permanenti restano sostanzialmente stabili attorno ai 16 milioni 414mila.
Questa fotografia, scattata dall’istituto di statistica, evidenzia come la tenuta del lavoro stabile non sia sufficiente a compensare l’erosione delle altre forme contrattuali. Eppure, il paradosso diventa clamoroso quando si sposta lo sguardo sul tasso di disoccupazione. Se questo cala, lo si deve al fatto che le persone in cerca di lavoro sono diminuite del 2,8% (-38mila unità) in un mese e del 18,7% (-304mila) su base annua. Una riduzione che però non è figlia di nuove assunzioni, ma della resa: la forza lavoro potenziale si assottiglia perché molti, scoraggiati, abbandonano il campo.
L’esercito degli scoraggiati e il grido d’allarme di Confcommercio
Il vero dato allarmante, quello che fa da contraltare alla “buona notizia” della disoccupazione in discesa, è l’impennata degli inattivi. Nella fascia d’età tra i 15 e i 64 anni, coloro che non lavorano e non sono neppure disponibili a farlo sono aumentati di 46mila unità in un solo mese; su scala annuale, il balzo è impressionante: +351mila individui hanno gettato la spugna, portando il tasso di inattività al 34,1%. Un dato strutturale che suona come una condanna per un Paese già alle prese con una piramide demografica capovolta.
E se il mercato si contrae, a pagare il prezzo più alto sono sempre le stesse categorie. Tra i giovani under 25, la situazione è drammatica: il tasso di disoccupazione giovanile è schizzato al 18,1% (+0,6 punti), alimentato da un crollo verticale dei posti di lavoro che in un anno ha spazzato via 141mila posizioni per questa fascia d’età. Ma il discrimine più netto, come sottolineato con forza dall’associazione di categoria, resta quello di genere. Mentre l’occupazione maschile mostra timidi segnali di crescita (+11mila unità nel mese), quella femminile accusa il colpo con una perdita di 23mila posti di lavoro solo a marzo. È proprio su questo punto che si inserisce la critica di Confcommercio, la quale denuncia una partecipazione delle donne al mercato del lavoro ancora troppo bassa per sostenere qualsiasi ambizione di crescita economica duratura.
Il paradosso delle partite Iva
Analizzando la composizione di questo saldo negativo su base annua (-30mila occupati), emerge una riconversione forzata del lavoro subordinato verso il lavoro autonomo. Da un lato, assistiamo a un vero e proprio crollo dei contratti a termine, che in dodici mesi hanno perso 142mila unità. Dall’altro, l’unico dato in netta controtendenza è la crescita dei lavoratori autonomi, aumentati di 125mila unità. Una transizione, quella verso le partite Iva, che se da un lato alleggerisce statisticamente il conteggio dei dipendenti in bilico, dall’altro fotografa una precarietà strutturale e una sostanziale instabilità del cuneo fiscale.
In sostanza, il quadro dipinto dall’Istat per il marzo 2026 descrive un Paese che ha smesso di creare occupazione netta reale. Il tasso di occupazione complessivo, pur rimanendo nominalmente stabile al 62,4%, accusa una flessione di 0,3 punti se paragonato all’anno precedente. Un segnale inequivocabile che l’espansione post-Covid si è definitivamente esaurita, lasciando sul campo un esercito di individui – specialmente donne e giovanissimi – i quali, non trovando più collocazione né speranza nel mercato, sono semplicemente spariti dalle statistiche attive.




