Trump esaspera i toni con Teheran, ma Vance negozia sottotraccia: la doppia linea della Casa Bianca

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’amministrazione americana, tornata stabilmente sotto la guida di Donald Trump, sta conducendo nei confronti dell’Iran una partita a scacchi fatta di minacce pubbliche e canali riservati, una strategia che alterna la spada alla diplomazia senza mai abbandonare del tutto nessuna delle due. Il tycoon, da poco riconfermatosi alla Casa Bianca, ha infatti ripreso a tuonare contro Teheran con una virulenza che richiama i momenti più tesi del suo primo mandato, arrivando a ventilare l’ipotesi di riportare il nemico «all’età della pietra» attraverso «duri attacchi nelle prossime due-tre settimane». Eppure, quasi a voler lasciare sempre uno spiraglio, lo stesso presidente ha aggiunto subito dopo: «Facciano un accordo prima che sia tardi». Una contraddizione solo apparente, perché è proprio su questo filo teso che si gioca la partita più delicata.

Colloqui indiretti e il ruolo del Pakistan

Nonostante le difficoltà, e le cannonate verbali che riecheggiano sui social media, il processo diplomatico tra Washington e Teheran non si sarebbe del tutto incagliato. Secondo quanto riferito ieri sera da Channel 12, si sarebbero tenuti dei colloqui indiretti – mediati dal Pakistan – tra il vicepresidente americano, JD Vance, e una delle figure chiave del regime iraniano, vale a dire il presidente del parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf. L’iniziativa, condotta sottotraccia, dimostra come l’esecutivo di Trump tenga aperta una linea di comunicazione alternativa, mentre il presidente alza il volume delle minacce per aumentare la pressione negoziale. Vance, dal canto suo, sembra muoversi con la cautela del diplomatico che conosce il valore di un canale ancora aperto, anche quando tutto intorno sembra spingere verso il baratro.

Piani per un’offensiva terrestre e l’effetto sorpresa ormai svanito

Da settimane circolano indiscrezioni su piani dettagliati per possibili attacchi via terra contro l’Iran: si parla di un assalto all’isola di Kharg, cuore delle esportazioni petrolifere, di azioni sulle tre isole che dominano lo Stretto di Hormuz e persino di un’incursione mirata a prendere il controllo delle scorte di uranio arricchito. Questi preparativi, che rappresentano una forma di pressione reale, non sono semplici sceneggiature da tavolo, bensì opzioni concrete perché, come ripetono i militari, Donald Trump deve poter disporre di ogni strumento sul tavolo. Tuttavia, l’effetto sorpresa non esiste più: Teheran ha da tempo organizzato le proprie difese, consapevole di ogni mossa possibile. E Trump insiste con lo slogan delle «2-3 settimane» necessarie per concludere l’operazione “Epic Fury”, una scadenza che appare più politica che operativa, viste le evidenti difficoltà di una guerra lampo.

Il discorso alla nazione e la promessa di una via d’uscita rapida

Nel suo primo discorso ufficiale alla nazione da quando ha lanciato la guerra contro l’Iran – più di un mese fa – Donald Trump si è rivolto agli americani in prima serata, difendendo un conflitto sempre più impopolare e promettendo una via d’uscita rapida. Sul terreno, però, le operazioni continuano e le conseguenze globali si aggravano, a cominciare dal peso sull’economia mondiale. Il presidente ha ripetuto la solita lista di successi rivendicati, minimizzando le battute d’arresto causate dalla guerra, e ha insistito sul fatto che gli Stati Uniti sono sulla buona strada per completare tutti gli obiettivi militari «a breve, molto a breve». Ha ribadito l’intenzione di chiudere l’intervento americano «entro due o tre settimane», escludendo qualsiasi impegno a lungo termine nella sicurezza dello Stretto di Hormuz, uno snodo cruciale attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale. «Con un po’ più di tempo», ha scritto poi su Truth, «potremmo facilmente riaprire lo Stretto di Hormuz, impadronirci del petrolio e fare una fortuna. Sarebbe una vera e propria miniera d’oro per il mondo». Una frase che mescola realismo economico e iperbole trumpiana, lasciando intendere che, al di là delle bombe, il vero interesse americano resta il controllo delle rotte energetiche.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.