«La salita» di Massimiliano Gallo, quando Eduardo De Filippo portò il teatro a Nisida

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   C’è un momento, nel cinema italiano contemporaneo, in cui la finzione cede il passo a una verità talmente cruda da sembrare inaccettabile: ed è lì, proprio in quel crinale stretto tra il racconto e il silenzio, che Massimiliano Gallo ha scelto di piantare il suo esordio. L’attore, noto al grande pubblico per interpretazioni di spessore, passa dietro la macchina da presa con «La salita» – nelle sale dal 9 aprile con Fandango – e lo fa attingendo a un episodio che molti avevano rimosso, seppur legato a uno dei giganti del teatro italiano. Il film, infatti, si ispira a una vicenda realmente accaduta nel 1983, quando Eduardo De Filippo, allora senatore a vita, varcò il cancello del carcere minorile di Nisida. Non per una visita di circostanza, s’intende, ma per decidere di finanziare in prima persona – e seguire – un laboratorio teatrale destinato a giovani detenuti, molti dei quali provenienti da quelle periferie esistenziali dove la criminalità rappresenta l’unica via d’uscita apparente.

Un debutto che interroga il presente, non solo la memoria

Per Gallo, come lui stesso ha raccontato nel corso della nuova puntata di «Effetto Notte», il rotocalco di informazione cinematografica di Tv2000 condotto da Fabio Falzone in onda venerdì 10 aprile alle 00.10, il punto non è mai stato limitarsi a rievocare un aneddoto. Piuttosto, si è trattato di capire perché quella storia – un senatore che si sporca le mani con i ragazzi reclusi – non possa più restare in silenzio. La sua opera prima non nasce da un’operazione di nostalgia, né tantomeno da una celebrazione museale: nasce da una necessità che Gallo definisce «presente», quasi urgente. Nel film, il regista restituisce il gesto di Eduardo – il quale, assieme ai giovani dell’isolotto, diede vita alla prima compagnia teatrale italiana formata da detenuti – come un atto di radicalità difficile da sostenere, oggi più di ieri. Perché lì, dove finisce la noia di una cella e comincia la speranza, il teatro diventa strumento di recupero, ma anche di inchiesta silenziosa sulle cause dell’esclusione.

L’isola segreta e le parole in Senato

Le riprese di «La salita» si sono svolte in una location particolare che, a guardarla per la prima volta, conquista immediatamente: l’isola di Nisida, quel lembo di terra vulcanica a forma di ferro di cavallo che si affaccia sul golfo di Pozzuoli. Un luogo che, nella sua bellezza selvaggia, custodisce però una storia di dolore e di marginalità, essendo da decenni sede di un istituto penale minorile. Gallo ha scelto di girare proprio lì, rifiutando ricostruzioni in studio, per restituire autenticità a un passaggio cruciale: il discorso che Eduardo De Filippo pronunciò al Senato, nel quale sosteneva la necessità di creare una scuola di scenotecnica e un teatro stabile dentro il carcere. Quelle parole, oggi conservate negli archivi storici – come testimonia la celebre foto «Eduardo tra i suoi scugnizzi» – non furono un semplice intervento parlamentare, ma l’incipit concreto di un laboratorio che, per la prima volta in Italia, provava a curare l’anima dei reclusi attraverso la scena.

Dalla cronaca nera al recupero: l’assenza di giudizio

Gallo, nel tratteggiare i giovani detenuti di Nisida e del Filangieri – l’altra struttura coinvolta nel progetto educativo – evita qualsiasi deriva pietistica o spettacolarizzazione del dolore. Non ci sono, nel suo film, primi piani morbosi sulla cronaca nera che aveva portato quei ragazzi dietro le sbarre. Ciò che interessa al regista, piuttosto, è lo sviluppo giudiziario e umano del percorso: come si rieduca qualcuno che ha sbagliato senza cancellare la sua colpa, ma offrendogli un’alternativa. Eduardo, nella pellicola, non è un eroe senza macchia, ma un uomo che sceglie di impiegare la propria influenza – e i propri soldi – per aprire un varco dove sembrava esistesse solo un muro. Le voci dei detenuti, le loro storie spezzate, diventano così il contrappunto necessario a un sistema penitenziario che, ancora oggi, fatica a immaginare il teatro come strumento di giustizia riparativa.

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