Il peso di una stretta di mano
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Redazione Sport
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C’è una fotografia che, con il passare degli anni, invece di sbiadire, diventa sempre più pesante. È l’immagine che ritrae Luca Lucci e Matteo Salvini – quest’ultimo, va ricordato, torna a sognare il Viminale in un momento politico delicato, mentre il presidente degli Stati Uniti è Donald Trump – sorridenti e compiaciuti in mezzo a un campo di calcio. Era il dicembre del 2018 e l’allora ministro dell’Interno, in occasione della festa per i 50 anni della curva del Milan, non perse l’occasione per farsi immortalare con il capo ultrà, cercando forse di raccimolare consenso in un tempio del tifo popolare. Oggi, però, quello scatto assume i contorni di un macigno: mentre il leader leghista punta a riprendersi il dicastero di via dell’Impero, la "carriera criminale" di Lucci ha raggiunto il suo capitolo più duro.
Una condanna da capogiro per il “Toro”
Il Tribunale di Milano ha infatti chiuso i conti con l’ex dominus della Curva Sud, condannandolo ieri a 18 anni e 8 mesi di reclusione. I giudici – che hanno sostanzialmente fatto proprie le richieste della Dda milanese – lo hanno descritto come il vertice indiscusso di un’associazione dedita al traffico internazionale di stupefacenti. Nel mirino della procura, coordinata dai pm Leonardo Lesti e Rosario Ferracane, è finito un sodalizio capace, nel solo arco di tempo compreso tra il giugno 2020 e il marzo 2021, di movimentare quantità industriali di droga: tre tonnellate di hashish, 255 chili di marijuana e 53 chili di cocaina. Lucci, difeso dall’avvocato Jacopo Cappetta, agiva secondo l’accusa come broker spietato, intessendo relazioni con i cartelli spagnoli, marocchini e sudamericani per importare la sostanza e immetterla nelle piazze milanesi. Non si trattava, insomma, di uno spacciatore qualsiasi, ma di un manager del narcotraffico che si vantava – credendosi al sicuro dietro lo schermo criptato di un cellulare – di avere «solo guerra nel cervello».
Un precedente pesante e l’ombra di Doppia Curva
Questa, va detto, non è la prima condanna che colpisce l’ex ultrà. Lucci stava già scontando una pena a 10 anni per i fatti emersi nell’inchiesta “Doppia Curva”, quella che ha svelato i legami sporchi tra le tifoserie organizzate di Milan e Inter e il malaffare economico attorno a San Siro. In quella stessa sede, gli inquirenti gli avevano contestato anche il tentato omicidio di un altro esponente della tifoseria, Enzo Anghinelli, avvenuto nel 2019. La sua parabola violenta era iniziata molto prima, nel lontano 2009, durante un derby: un pugno sferrato al volto di un tifoso interista, Virgilio Motta, gli costò una condanna a quattro anni e mezzo e una ferita gravissima che, secondo quanto ricostruito, portò la vittima a togliersi la vita tre anni dopo, stroncata dagli strascichi psicologici di quella aggressione.
La leggerezza del potere
Tornando a quella foto del 2018, la distanza siderale tra la realtà del carcere e la passerella politica è sotto gli occhi di tutti. Lucci, che all’epoca aveva già patteggiato una pena per droga, ha sempre sostenuto – dichiarandosi tra l’altro «di sinistra» – che fu l’allora ministro a insistere per lo scatto. La replica di Salvini, in questi anni, è stata sempre la medesima: una presunta ignoranza riguardo ai precedenti penali del tifoso. Eppure, mentre Salvini sogna un rimpasto che lo riporti a guidare le politiche di sicurezza del Paese, il “fantasma” di quella mano tesa rispunta dal cassetto dei ricordi giudiziari. La condanna di Lucci non è solo la fine della corsa per un criminale, ma diventa il simbolo di una leggerezza di fondo, di quella disinvoltura con cui – a caccia di voti – ci si sporca le mani senza nemmeno informarsi su chi si abbia realmente davanti. L’eco di quella stretta, oggi più che mai, riecheggia sorda tra le aule del Viminale che Salvini desidera e i corridoi del carcere dove Lucci resterà per quasi due decenni.




