Lo zar e il terrorista, stretta di mano al Cremlino
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Redazione Esteri
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Dopo essersi per anni combattuti, sia pure a distanza, attraverso i cieli e le trincee di un conflitto che ha ridisegnato i confini del potere in Medio Oriente, Vladimir Putin e Mohammed al-Sharaa, ora presidente ad interim della Siria ma un tempo comandante delle formazioni islamiste di Hayat Tahrir al Sham, si sono stretti la mano nel cuore del Cremlino. Un primo incontro ufficiale, questo, che sigilla, dopo quasi un anno di relazioni grigie e scarse, un riallineamento dettato da calcoli geopolitici ineludibili e dall'appoggio che la Russia, nonostante il passato, ha deciso di concedere alla nuova leadership di Damasco per preservare i suoi vitali interessi nella regione. L'ex funzionario del Kgb, nel ricevere il capo di Stato siriano, noto anche con l'antico nome di battaglia jihadista Jolani, ha subito evidenziato la profondità dei legami storici che uniscono Mosca a Damasco, rimarcando con convinzione la volontà di rinnovare, con il regime post-Assad, una collaborazione strategica finalizzata a garantire alla Federazione Russa un solido punto d'appoggio militare nel paese levantino.
Il muro di droni e le basi militari
Al centro dei colloqui, che hanno seguito di poco il primo viaggio ufficiale di al-Sharaa in Russia, non potevano che esservi le sorti delle installazioni militari russe in Siria, quel complesso sistema di proiezione della potenza che include la base navale di Tartus e quella aerea di Hmeimim. La discussione, stando a quanto confermato dalle agenzie, si è concentrata proprio sulla sicurezza e sul futuro di queste infrastrutture, fondamentali per la presenza di Mosca nel Mediterraneo orientale e per le sue operazioni di intelligence. Mentre l'Unione Europea, da parte sua, continua a dibattere la costruzione di un "muro di droni" per proteggere i propri confini, la Russia consolida la sua impronta in un'area di importanza cruciale, dimostrando come la diplomazia, anche quando coinvolge ex avversari, possa rivelarsi uno strumento più affilato di qualsiasi missile.
Il silenzio del Cremlino sul destino di Assad
Su un punto specifico, tuttavia, il Cremlino ha scelto di mantenere un silenzio assoluto, rifiutando di aprire anche solo un varco nelle sue possibili intenzioni. Alla domanda diretta dei giornalisti, avanzata dopo l'incontro, riguardo a una richiesta di estradizione del leader siriano deposto e sulla posizione di Putin in merito, il portavoce Dmitry Peskov ha risposto in modo secco, citato dall'agenzia Interfax: "Non abbiamo nulla da comunicare a questo riguardo". Una dichiarazione, questa, che lascia volutamente nell'ombra il destino dell'ex presidente, un tempo alleato inossidabile, oggi divenuto un ingombrante fardello di cui nessuno, apparentemente, vuole più farsi carico, neppure coloro che per anni ne hanno sostenuto militarmente il regime.
Una nuova pagina per Mosca e Damasco
L'incontro, avvenuto mentre Mosca cerca con determinazione di rafforzare i legami con la nuova leadership siriana dopo la caduta del dittatore, segna una pagina profondamente diversa nella politica estera russa. Secondo quanto riportato dalla Syrian Arab News Agency, i due leader hanno analizzato a fondo gli sviluppi regionali e internazionali, esplorando al contempo le modalità per approfondire la cooperazione bilaterale in ogni settore. È la fotografia di una transizione di potere, quella che si sta consumando tra le mura del Cremlino, dove i leader siriani, vecchi e nuovi, si ritrovano a dover negoziare il proprio futuro in uno scacchiere i cui equilibri sono stati sconvolti dalla guerra, dalla diplomazia e, non ultimi, da calcoli di pura realpolitik.




