Il mago del Cremlino, il ritratto del potere secondo Assayas: Jude Law è lo zar
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Corre l’anno 2026 e, a distanza di mesi dal debutto in concorso alla ottantaduesima Mostra del Cinema di Venezia, Il mago del Cremlino approda nelle sale italiane – lo fa dal 12 febbraio su distribuzione 01 Distribution – mentre il suo protagonista assoluto, quel Vladimir Putin interpretato da Jude Law, siede saldamente al tavolo di una partita a scacchi globale il cui antagonista principale, dall’altra parte dell’oceano, si chiama nuovamente Donald Trump -5. Olivier Assayas, regista francese classe 1955 da tempo residente in Toscana dove è nata la scintilla creativa con il vicino di casa Giuliano da Empoli -8, ha portato il suo omaggio al Cinema Massimo di Torino, città che per l’occasione lo celebra con una retrospettiva integrale. La pellicola, liberamente ispirata all’omonimo bestseller dell’autore italo-svizzero e sceneggiata dal regista insieme a Emmanuel Carrère -4, non si presenta come una cronaca minuziosa degli eventi quanto piuttosto – e questa è la cifra stilistica che Assayas rivendica con forza – come una dissezione chirurgica di quei meccanismi di manipolazione del consenso che travalicano i confini della Federazione Russa per estendersi all’intero scacchiere della politica occidentale -1-6.
Al centro del racconto, ambientato nel caotico e fertile humus della Russia post-sovietica dei primi anni Novanta, si staglia la figura di Vadim Baranov, cui presta il volto – e una tensione interiore trattenuta a fior di pelle – Paul Dano. Baranov è un ex artista d’avanguardia, è stato produttore di reality televisivi, ma è soprattutto un uomo la cui intelligenza brillante si piega a un disegno più grande: forgiare l’immagine pubblica di un oscuro ex funzionario del KGB, l’uomo che diventerà lo zar -4-8. Il romanzo di Da Empoli prendeva le mosse dalla figura realmente esistita di Vladislav Surkov, l’ideologo del Cremlino che il regista, lo ha ammesso senza infingimenti, ha preferito tenere deliberatamente a distanza durante la lavorazione per non restare imprigionato nella cronaca; leggendo quella sua recente intervista, Assayas ha dichiarato di essersi sentito «assolutamente spaventato», confermando la bontà di una scelta che ha privilegiato la libertà narrativa alla pedissequa ricostruzione documentaria -5.
L’ambiguità dell’eminenza grigia e il dell’attore
La chimica scenica tra Paul Dano e Jude Law costituisce l’architrave portante dell’intera operazione cinematografica. Se Dano, con la sua fisicità quasi algida eppure capace di improvvise accensioni di pathos, incarna il talento del burattinaio che tesse le trame nell’ombra – e lo fa con quell’aplomb chirurgico descritto dalla critica come «rotonda ambiguità» -4 –, a Jude Law spetta il compito ben più impervio di restituire non tanto la somiglianza fisica, quanto l’«essenza» di un leader che del proprio volto pubblico ha fatto un mistero granitico -7. Lo stesso attore britannico ha confessato il paradosso interpretativo in cui si è dibattuto: da un lato la necessità di rivelare qualcosa, dall’altro l’esigenza di preservare quell’opacità che è il marchio di fabbrica del presidente russo, quel «lasciar trapelare poco» che trasforma ogni inquadratura in un enigma -1. Il lavoro, ha scherzato Law a Venezia, è stato agevolato da parrucche e protesi, ma anche – e forse soprattutto – da un conflitto interiore che l’attore ha trasformato in materia recitativa. Per Assayas era imprescindibile che Putin non fosse semplicemente imitato, ma compreso nei suoi strati sovrapposti, nella sua «bellezza del diavolo» che il cinema non aveva mai tentato di esplorare con questa profondità -4-9.
La produzione, a causa delle sanzioni e dell’impossibilità logistica di girare in territorio russo, ha ricostruito la capitale moscovita negli studi lettoni -7; il respiro del film, cionondimeno, non ne risulta appiattito. Al contrario, la distanza fisica dal luogo reale ha forse permesso ad Assayas quel surplus di astrazione che trasforma la vicenda del consigliere del Cremlino in una parabola sull’autoritarismo morbido, sulla «democrazia sovrana» che – per usare un’icastica battuta della sceneggiatura – sta alla democrazia come una sedia a rotelle sta a una sedia -8. Il regista francese, già autore di Carlos e Wasp Network, dimostra di sapersi muovere con agilità nel thriller politico, cesellando una pellicola che procede per accumulo di dettagli e sottrazione di certezze.
Ksenija, l’altra Russia e la coscienza di Baranov
Se il confronto tra i due protagonisti maschi occupa il centro della scena, è nella costruzione del personaggio femminile – Ksenija, interpretata da Alicia Vikander – che Assayas opera la deviazione più significativa dal materiale letterario. Nel romanzo di Da Empoli, la figura della donna è marginale, quasi uno schizzo; nella trasposizione cinematografica diviene invece il controcanto necessario, la coscienza che interroga l’azione di Baranov costringendolo ad abbandonare il suo abituale cinismo. Il regista l’ha definita l’incarnazione di quell’«energia potentissima» che aveva respirato viaggiando in Russia nei primi anni Novanta, quando i giovani attori e registi incontrati credevano ancora di poter cambiare il mondo dalla sera alla mattina -10. Ksenija trattiene per sé quella speranza, la custodisce come un relitto, e nel farlo costringe lo spettatore a misurarsi con il costo umano delle costruzioni politiche, con tutto ciò che la grande Storia – quella fatta di discorsi confezionati a tavolino e di realtà manipolate – lascia sul ciglio della strada -9.
La musica di Battiato e l’eco di un passato che insiste
La colonna sonora, ha rivelato Assayas, attinge alla musica elettronica e in particolare a un genio assoluto quale Franco Battiato, le cui composizioni attraversano la pellicola come un filo rosso che lega la temperie culturale italiana – quella in cui il regista è immerso durante le sue vacanze toscane – a una sensibilità squisitamente europea -9. Non è un dettaglio da poco, questa scelta musicale, perché contribuisce a quel processo di straniamento che impedisce allo spettatore di archiviare Il mago del Cremlino come un mero prodotto di denuncia politica. L’operazione di Assayas e Carrère – e lo si evince dalla struttura stessa del racconto, che procede per ellissi e lunghe sequenze di voice over – mira piuttosto a interrogare il presente: lo fa senza fornire risposte, senza quella pars construens che il regista stesso ammette di non possedere, limitandosi a constatare, con un realismo che sa di resa, che «non abbiamo ancora trovato una risposta» alla deriva autoritaria contemporanea -6. E se Putin, come Assayas ipotizza, non si riconoscerà mai in questo ritratto – lo troverà «falso, sbagliato, non in sincronia con la sua politica» – poco importa, perché il film non è mai stato chiamato a testimoniare la verità dei fatti, quanto piuttosto a smascherare i dispositivi che quella verità la deformano quotidianamente -10.




