Shoigu, l’ombra scura sul Cremlino: il “golpe” impossibile e la paranoia del presidente
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Redazione Esteri
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Certi nomi, si sa, compiono giri immensi per poi ritornare improvvisamente alla ribalta, quasi fossero destinati a non scomparire mai del tutto. Sergey Shoigu, l’ex ministro della Difesa che aveva finito per essere risucchiato in quel vortice di silenzi che segue le destituzioni di palazzo, non se ne parlava ormai da un paio d’anni. Destituito con una manovra discreta dalla guida della guerra in Ucraina, molti avevano letto in quella rimozione una sorta di salvezza, una via d’uscita onorevole per evitare di affondare nel pantano degli scandali legati alle tangenti sulle forniture militari. A corroborare quest’illusione c’era un corredo fotografico che ritraeva lui, Shoigu, a petto nudo accanto a Vladimir Putin durante una battuta di caccia ad alta gradazione alcolica, un’amicizia suggellata anche dalla presenza del presidente come testimone al matrimonio della figlia Xenia. Ma nella Russia paranoica di oggi, come giustamente notano gli analisti, i legami personali valgono meno del fumo delle armi sprecate nei lotti dell’esercito.
Lo spettro di un colpo di Stato, però, aleggia ora con insistenza sulle stanze del potere moscovita, e il nome di Shoigu è tornato a circolare nei rapporti riservati delle agenzie di intelligence europee, quelli che la Cnn ha avuto modo di visionare. Secondo questi dossier, il Cremlino vivrebbe giorni di crescente inquietudine, alle prese con problemi pressanti sia sul fronte interno che su quello ucraino, un malcontento che avrebbe spinto il presidente a blindare la propria sicurezza personale in modo quasi ossessivo. Le misure descritte sono drastiche: sorveglianza aumentata per i collaboratori più stretti, inclusi coloro che svolgono mansioni apparentemente innocue come fotografi e cuochi, ai quali sarebbe stato vietato persino l’uso dei mezzi pubblici per evitare contatti indesiderati. Putin si troverebbe insomma a temere un tradimento mortale proprio da parte dei suoi fedelissimi, una psicosi che lo ha portato a ridurre drasticamente gli spostamenti e a evitare le sue residenze abituali, quasi fosse un recluso volontario in un bunker tecnologico.
Le voci su un complotto e l’arresto che fa tremare le élite
La narrazione del complotto, benché alimentata con grande enfasi da molti media occidentali, si regge su fondamenta piuttosto fragili se confrontata con la realtà della ferrea dittatura russa. A un’analisi più attenta, la teoria di un golpe ordito da Shoigu appare quantomeno inverosimile: lui è un civile, un tecnocrate navigato che ha costruito la sua carriera e la sua immensa popolarità nel paese—ironicamente—grazie alla gestione delle emergenze, prima di diventare il volto della Difesa. Non si sono mai visti, nel corso della storia, colpi di Stato militari orchestrati da individui estranei alle gerarchie delle divise, e comunque le recenti purghe seguite allo scandalo corruzione hanno pesantemente decimato la sua cerchia magica. C’è però un dettaglio concreto che getta benzina sul fuoco di questi sospetti: l’arresto, avvenuto lo scorso 5 marzo, di Ruslan Tsalikov, ex vice di Shoigu e suo braccio destro storico fin dal lontano 1994.
Tsalikov, che era stato interrogato già in passato per altri giri di tangenti, è finito ufficialmente agli arresti con l’accusa di appropriazione indebita e riciclaggio, un’accusa che di per sé non sorprenderebbe nessuno in un ecosistema corrotto come quello della Federazione Russa. Tuttavia, la tempistica e la natura pubblica del provvedimento sono state interpretate come una violazione di quei taciti accordi di protezione che solitamente schermano i membri dell’élite. Se la giustizia colpisce un uomo così vicino a Shoigu, significa forse che il cerchio si sta stringendo anche intorno a lui, spingendo l’ex ministro a giocarsi il tutto per tutto per evitare la galera? Gli analisti occidentali suggeriscono questa lettura, dimenticando però l’insegnamento più duro che la politica moscovita ha impartito ai ribelli: la fine che ha fatto Evgenij Prigozhin, misteriosamente perito in un incidente aereo insieme ai suoi fedelissimi dopo la marcia su Mosca, è un monito che nessuno ha dimenticato.
Sciamanesimo, terre rare e l’eterno ritorno dell’uomo che spense gli incendi
A settantun anni, Shoigu è il membro più longevo del governo russo, una figura dalla biografia sfaccettata e quasi esoterica. Nato nella remota regione siberiana di Tuva, da sempre seguirebbe la tradizione paterna dello sciamanesimo—un dettaglio non trascurabile in un clima di nazionalismo ortodosso spinto, tanto che nel 2023 si vociferava avesse dovuto sottoporsi a un nuovo battesimo per fugare i sospetti di eterodossia. Prima ancora di diventare il gigante della Difesa, si era guadagnato il cuore dei russi come ministro delle Situazioni di emergenza, una sorta di super-eroe della Protezione Civile che scendeva personalmente tra le macerie dei disastri naturali e degli attentati, acquisendo una popolarità che a Putin, evidentemente, è sempre servita. Eppure, il presidente continua a tenerlo vicino: se lo ha allontanato dal ministero, gli ha comunque lasciato le chiavi della Società geografica russa—considerata un salvadanaio del Cremlino—e, particolare ben più rilevante, ha affidato alla figlia di Shoigu la gestione di un fondo da otto miliardi di euro destinato all’estrazione delle terre rare.
Viene dunque spontaneo chiedersi: dove sta l’ombra, se i favori sembrano ancora così tangibili? Forse il paradosso politico è un altro. Se l’intelligence europea ha diffuso questi rapporti—e lo ha fatto sapendo bene che avrebbero fatto il giro del mondo—non è tanto per descrivere una realtà oggettiva, quanto per alimentare la diffidenza all’interno del Cremlino. L’obiettivo non è avvertire l’Occidente, ma suggerire a Putin che l’uomo che gli sta accanto potrebbe pugnalarlo alle spalle, costringendo il presidente a intensificare quelle misure di isolamento che, alla lunga, rendono il sistema più fragile. Che Shoigu sia o meno un golpista è quasi irrilevante; ciò che conta è che il sospetto ormai abita stabilmente nel bunker presidenziale, e l’ex ministro, l’uomo che spense gli incendi, sembra oggi destinato a bruciare nell’inferno della paranoia di chi lo ha allevato.




