Le paure segrete del Cremlino: paranoia, bunker e il timore di un golpe
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Redazione Esteri
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Secondo un rapporto stilato da un’agenzia di intelligence di un Paese dell’Unione Europea (il cui nome specifico non è stato ufficialmente divulgato nel documento originale, ma che viene genericamente citato come “servizio segreto di un Paese UE”), Vladimir Putin temerebbe seriamente per la propria incolumità, al punto da paventare un colpo di Stato o un attentato. La fonte principale di questa fuga di notizie, destinata a innescare un’ampia diffusione mediatica, è individuabile nel sito di inchiesta IStories; da lì, il report ha fatto il giro del mondo, arricchendosi via via di interpretazioni spesso condite da giudizi soggettivi da parte degli estensori degli articoli che lo hanno rilanciato. L’immagine dell’uomo forte del Cremlino, salito al potere oltre un quarto di secolo fa, appare dunque offuscata: la sua presunta inattaccabilità, coltivata per anni attraverso la trasformazione del 9 maggio – anniversario della vittoria sovietica sul nazismo e giorno più sacro del calendario russo – in una religione di Stato, mostra oggi crepe preoccupanti.
Un leader barricato e le ossessioni del “padrone”
Le misure di sicurezza che circondano l’attuale presidente russo sono state portate a livelli mai visti prima, suggerendo che l’isolamento politico (già evidenziato dalla scelta di tenere una parata militare sottotono il prossimo sabato, priva della consueta esibizione di carri armati e missili) sia solo la punta dell’iceberg. Oltre ai consueti controlli, sembra che lo zar sia preda di una paranoia ormai conclamata; gli analisti lo descrivono come un leader sempre più rinchiuso in bunker sotterranei – arroccato in residenze segrete nella regione di Krasnodar – da dove gestirebbe la guerra in Ucraina mentre il suo ufficio stampa pubblica video preregistrati per simulare una quotidianità che non esiste più.
Non si tratta solo di una questione legata al conflitto in corso o agli attacchi con droni che sempre più spesso raggiungono il cuore della capitale. La sua paranoia affonda le radici in una sorveglianza maniacale delle proprie funzioni biologiche; a riprova di ciò, vi è la singolare abitudine di farsi accompagnare, durante gli spostamenti, da un addetto preposto a raccogliere le sue urine e le sue feci. Questa precauzione, lungi dall’essere una novità emersa solo oggi, risponde all’esigenza di non disperdere il proprio materiale organico, che finirebbe altrimenti nelle mani di potenziali nemici desiderosi di analizzarne lo stato di salute o di utilizzarlo per chissà quali trame occulte. Allo stesso modo, non disdegna di far assaggiare le vivande a terzi prima di consumarle, un vezzo che conferma il timore costante di un avvelenamento.
Le tensioni interne e la minaccia della carne umana
A queste dinamiche psicologiche si aggiunge il peso schiacciante di una nazione stremata. Nonostante la dittatura abbia la possibilità di attingere a depositi pressoché illimitati di materie prime, c’è un altro fattore che pesa come un macigno sull’economia di guerra, fiaccata dalle sanzioni. Un analista ha sottolineato, utilizzando un’espressione volutamente violenta, come il regime possa ancora contare su depositi sostanzialmente illimitati di “carne umana”. Tuttavia, la pressione internazionale e l’isolamento diplomatico (pensiamo alla perdita di influenza in Paesi come l’Armenia o il Kazakistan) stanno logorando gli equilibri interni al gruppo dirigente.
In questo contesto di crescente tensione, i rapporti – sebbene non se ne conoscano le fonti in modo diretto – descrivono un Cremlino in stato d’assedio. C’è chi vede in queste rivelazioni una fotografia fedele della realtà e chi, invece, le considera parte di un’abile operazione di destabilizzazione psicologica orchestrata dai servizi occidentali per aumentare la pressione sul capo del Cremlino. Quel che è certo è che il “Padrone” non si fida più nemmeno della sua ombra, e ha ridotto drasticamente il numero di generali e alti funzionari che possono avvicinarlo.
La routine della paura: controlli senza tregua
La routine quotidiana del presidente e della sua cerchia si è trasformata in una procedura di controllo totalizzante. Il Servizio di Protezione Federale (FSO) ha imposto un coprifuoco digitale ai collaboratori più stretti: a chef, fotografi e guardie del è vietato utilizzare i mezzi pubblici e persino possedere telefoni con accesso a internet. Chiunque visiti il Cremlino deve superare due livelli di controllo, comprensivi di perquisizioni accurate. Perfino nelle abitazioni private dei dipendenti sono state installate telecamere di sorveglianza, un segnale inequivocabile che la caccia ai traditori è iniziata anche all’interno del fortino.
Queste misure emergono da un report che, nonostante la mancanza di conferme ufficiali absolute, appare del tutto plausibile alla luce delle mosse recenti del regime. La cancellazione virtuale della tradizionale sfilata di mezzi pesanti per il Giorno della Vittoria (una scelta giustificata ufficialmente con la minaccia terroristica) rappresenta la resa di fronte alla paura di un attacco – magari portato da un drone – orchestrato da dissidenti interni o dai servizi segreti nemici. Putin, insomma, si barrica. E quella che un tempo era la sua arma di persuasione, ovvero la forza militare esibita in piazza, ora viene occultata per non offrire alcun facile bersaglio a chi, nel silenzio del bunker, complotta forse già la sua successione.




