Shoigu, l’uomo di Putin finito nell’ombra: lo sciamanesimo, la popolarità «grazie» agli incendi e le voci (improbabili) sul golpe
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Redazione Esteri
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Certi nomi, come certi amori che fanno giri immensi e poi ritornano, riemergono dal cono d’ombra quando meno te lo aspetti. Sergey Shoigu, ad esempio, non se ne parlava da un paio d’anni, ovvero da quando con una manovra discreta – quasi una decapitazione silenziosa – era stato destituito dal ruolo di ministro della Difesa e, di conseguenza, rimosso dalla guida effettiva dell’invasione russa in Ucraina. A sostegno della tesi, allora piuttosto diffusa, che si trattasse di una rimozione dall’alto dal sapore quasi salvifico (una sorta di esilio dorato per evitargli il peggio), giravano alcune foto inequivocabili della sua amicizia personale con Vladimir Putin; un’intesa consolidata negli anni, talmente visibile da apparire intoccabile.
Lo sciamanesimo, gli incendi e l’ascesa popolare
Prima di finire nell’ombra, Shoigu aveva costruito la sua popolarità su basi tanto curiose quanto efficaci. La sua immagine pubblica, va ricordato, non dipendeva solo dalle esercitazioni militari o dalle parate della Vittoria, bensì da una combinazione inusuale di fattori: da un lato, un certo richiamo allo sciamanesimo (legato alle sue origini siberiane e tuva) che lo faceva apparire come una figura quasi mistica agli occhi di una fetta dell’elettorato; dall’altro, la gestione emergenziale degli incendi boschivi e delle catastrofi naturali, competenza ereditata dai suoi anni al ministero per le situazioni di emergenza. Furono proprio quei roghi, divampati nelle estati torride della Siberia, a regalargli una popolarità trasversale che nemmeno i generali più navigati avevano mai ottenuto. E fu così, grazie a quel mix di pragmatismo da vigile del fuoco e aura da sciamano moderno, che Shoigu divenne per lungo tempo uno dei volti più riconoscibili del potere putiniano.
Voci di golpe e il ritorno nell’attualità
Oggi, però, il suo nome è tornato in auge per ragioni completamente diverse, e decisamente più cupe. A rimetterlo al centro del dibattito – almeno secondo alcuni rapporti di agenzie di intelligence europee, citati da testate come la Cnn – è la crescente ossessione del Cremlino per un possibile golpe o un tradimento ordito proprio da chi un tempo era considerato fedelissimo. Tra i nomi che circolerebbero nei timori del presidente russo, spiccherebbe quello dell’ex ministro della Difesa, nonostante le voci di un suo coinvolgimento in un complotto siano state finora bollate come improbabili da più parti. La narrazione giornalistica, in queste ultime settimane, ha assunto toni da guerra ibrida: si parla di bunker, di supercontrolli su cuochi, fotografi e bodyguard, di una paura talmente radicata da spingere Putin a rafforzare la sorveglianza anche sui collaboratori più stretti.
L’ombra dell’intelligence e la guerra ibrida mainstream
Ciò che colpisce, in questo frangente, è la rapidità con cui alcune ricostruzioni – prive di prove documentali pubbliche – sono state rilanciate dai media mainstream quasi fossero dati acclarati. “Putin nel bunker”, “l’ossessione di un golpe”, “lo zar asserragliato”: titoli del genere sono comparsi su quotidiani di larga diffusione, alimentando l’immagine di un Cremlino in preda al panico, con Shoigu che farebbe da possibile fantasma del malcontento militare. Eppure, come spesso accade nella guerra ibrida all’occidentale – una formula tanto abusata quanto poco analizzata quando sbatte contro i nostri stessi metodi – la linea tra notizia fondata e suggestione strategica resta sottilissima. Le misure di sicurezza rafforzate descritte dai rapporti ci sarebbero, stando a quanto trapela, ma attribuirle alla sola paranoia per un golpe di Shoigu significa forse leggere Mosca con occhiali troppo occidentali. Resta il fatto che l’ex ministro, da quando è stato allontanato dalla Difesa, non ha più avuto ruoli di primo piano; eppure, il suo nome continua a pesare come un macigno nell’equilibrio precario dei vertici russi. Incerto il presente, opaco il futuro, ma di certo il silenzio intorno a lui non è stato mai totale: è solo diventato, come certe cospirazioni, più eloquente delle parole.




