Arbore lancia l’allarme: «Solo Fiorello può salvare il Teatro delle Vittorie»
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Redazione Cultura e Spettacolo
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«Avvilente». Parola di Renzo Arbore. Dall’altra parte del filo, lo showman foggiano non usa giri di parole nel commentare la decisione, pubblicata ieri da Il Messaggero, di mettere sul mercato quindici immobili di proprietà della Rai; tra questi, quello che lui stesso definisce un «tempio della tv», il Teatro delle Vittorie di via Col di Lana, nel cuore del quartiere Prati a Roma. Una scelta che rientra nel Piano industriale 2023-2031, approvato tre anni fa, e che prevede la dismissione di strutture ritenute ormai «datate» e incompatibili con le esigenze di produzioni tecnologicamente più avanzate. Eppure, mentre l’offerta per l’acquisto – con scadenza fissata al 22 maggio – diventa ufficiale, c’è chi non ci sta e si appella al collega che più di ogni altro, in tempi recenti, ha saputo restituire il gusto del grande varietà a quelle mura: Fiorello.
Un grido d’allarme dalla memoria storica della Rai
Non si tratta, lo si capisce dalle parole di Arbore, di semplice nostalgia. Quello che è stato il set di *Canzonissima*, *Studio Uno* di Mina, il *Rischiatutto* di Mike Bongiorno o *Milleluci*, ha rappresentato per decenni la fabbrica dei sogni degli italiani. «Mi rendo conto – aggiunge Arbore al telefono – che rilevare un teatro del genere è impegnativo, ma mi auguro che un gigante come Fiorello, che con *Stasera pago io Revolution* fece l’ultimo grande show in quella location, scenda in campo». La speranza, forse l’ultima per evitare che diventi un luogo di consumo qualunque, è vederlo traslocare con il suo *La Pennicanza* (attualmente in onda da un piccolo studio di via Asiago) proprio sotto le antiche polveriere del Delle Vittorie. «È l’unico che può riportare lì quel tipo di tv artistica sulla quale la Rai, mi pare di capire, non ha più interesse a investire».
Il trasloco milanese di Affari Tuoi e il valore dei ricordi
A rendere la pillola ancora più amara, per chi ha fatto la storia dell’azienda, è la conferma – arrivata dallo stesso conduttore Stefano De Martino nel corso di una lunga intervista a *Che Tempo Che Fa* – del trasferimento del game show nella nuova location di via Mecenate, a Milano. «Buonasera dal Teatro delle Vittorie in Roma», la frase rituale che De Martino ripete ogni sera, diventerà a tutti gli effetti un ricordo. La Rai giustifica l’operazione di alleggerimento immobiliare come un passaggio verso un modello organizzativo più moderno; la vendita, che includerebbe anche il centro di produzione di Corso Sempione a Milano e varie sedi in altre città, dovrebbe fruttare circa duecento milioni di euro. Tuttavia, per Arbore e per molti dei suoi colleghi, l’operazione ha il sapore di una piccola, inesorabile demolizione di un patrimonio che non è fatto solo di platee e sedie, ma di cuore e di memoria collettiva.
Un patrimonio culturale in bilico tra memoria e mercato
A nulla, finora, sono servite le mobilitazioni dello stesso Fiorello che, già nei mesi scorsi, aveva lanciato una petizione con la celebre frase «Non toccate il Teatro delle Vittorie, anzi, intitolatelo a Pippo Baudo». La struttura, che lo scorso agosto aveva ospitato proprio la camera ardente del celebre conduttore scomparso, rischia ora di vedere una modifica della sua destinazione d’uso. Nella documentazione ufficiale si legge che è previsto il «mantenimento della funzione di teatro», ma integrato con «funzioni commerciali compatibili», come bar o ristoranti. Un modo, questo, per valorizzare l’immobile che Arbore non esita a definire «luogo sacro»: un archivio vivente di intuizioni, guizzi e spettacoli, dove persino il vezzo di curare i dettagli più minuti, come quando lui stesso nel 1990 trasformò il palco in un’aula di tribunale pur di non portare un «programmuccio di chiacchiere», sembra ormai appartenere a un’epoca lontana e forse irrecuperabile.
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