Il teatro delle Vittorie in vendita, la Rai fa cassa e lo spettacolo piomba nel politically correct immobiliare
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Non è solo un edificio, intendiamoci. È un pezzo di quella memoria collettiva che, tecnicamente, nessun bilancio aziendale può permettersi di ammortizzare. Eppure, il Teatro delle Vittorie – lo storico palcoscenico romano da cui per decenni è partito il varietà che ha fatto la storia della televisione italiana – rischia di sparire dal panorama del servizio pubblico. La notizia, filtrata da un bando pubblicato lo scorso 24 aprile, lo ha inserito ufficialmente nell’elenco dei quindici immobili che la Rai intende cedere al miglior offerente, in un’operazione che, stando ai documenti, dovrebbe fruttare circa 240 milioni di euro complessivi. A far scattare l’allarme, però, non è tanto la cifra, quanto il simbolo: quel teatro è stato la casa di “Fantastico”, di “Rischiatutto” e di quelle notti in cui la tv era davvero un rito collettivo.
La rivolta dei big: quando Arbore chiama, Fiorello risponde (con i cartelli)
A levare per primi la voce, o meglio lo striscione, sono stati proprio quelli che quel palco lo hanno consumato. Renzo Arbore, memoria storica dell’audacia televisiva, ha lanciato l’appello; Fiorello lo ha raccolto, trasferendo di fatto la sua popolare “Pennicanza” su Radio2 davanti all’ingresso di via Col di Lana. Non una semplice protesta, ma un presidio fisico: lui e Fabrizio Biggio hanno affisso cartelli con su scritto “Questo teatro non è in vendita”, definendo la cessione “un crimine contro la storia dello spettacolo italiano”. È una rivolta che mescola satira e mestiere, e che ha trovato eco in una costellazione di artisti e tecnici, i quali riconoscono in quelle mura non un immobile obsoleto, ma un’identità culturale che la logica dei conti non riesce a fotocopiare.
La loro argomentazione, va detto, poggia su un presupposto profondo: non si difende solo il cemento, ma la qualità di un certo fare televisione. Per loro, vendere significa ratificare la fine di un’epoca produttiva fatta di artigianato artistico, quella che Arbore stesso definisce “televisione artistica”. E mentre lo showman siciliano avvertiva i colleghi (“Carlo Conti, Milly Carlucci, non lasciatemi solo” -9), dall’altra parte della barricata si è schierato l’amministratore delegato Giampaolo Rossi, con una posizione tanto tecnica quanto chirurgica.
La linea dura di Rossi: “La Rai non è un museo, e i costi sono insostenibili”
Rossi, nella sua controffensiva mediatica, ha bollato il dibattito come “in parte surreale”. Il suo ragionamento, esposto senza giri di parole, fa leva sull’obsolescenza: il teatro, realizzato nel 1950 e situato all’interno di un condominio, presenterebbe problemi strutturali, di impermeabilizzazione e impiantistici tali da richiedere una ristrutturazione da circa 7 milioni di euro e oltre tre anni di lavoro. “Le imprese – ha ribadito Rossi a margine della presentazione del concerto del Primo Maggio – hanno il dovere di aggiornare e rinnovare gli spazi del lavoro. Non luoghi con un valore nostalgico, ma spazi moderni per la dignità dei lavoratori”. Una dichiarazione, questa, che sposta il tiro dalla memoria alla sicurezza, cercando di ribaltare l’accusa di “sfruttamento” in un’operazione di pragmatismo sindacale.
Nella sua visione, il piano immobiliare – ereditato dalla gestione Fuortes e reso operativo dal Cda nel novembre 2023 – non è una svendita, ma una leva per finanziare il futuro digitale. I ricavi, insomma, servirebbero a ripagare la ristrutturazione di Saxa Rubra e di viale Mazzini, abbandonando lo scheletro costoso di un teatro che ormai, per esigenze di produzione moderna (si pensi agli spazi per i camerini o alla logistica), non sarebbe più “sostenibile”.
L’intreccio governativo: Giuli, la musica sinfonica e il caso Venezi
Se la querelle sembrava confinata alla sfida tra memoria e bilancio, l’ingresso del ministro della Cultura, Alessandro Giuli, ha trasformato la vicenda in un caso politico dal sapore autarchico. Collegatosi in diretta proprio durante la puntata di Fiorello, Giuli ha lanciato una controproposta che sa di braccio di ferro: lo Stato potrebbe rilevare lo stabile per trasformarlo in un “grande teatro sinfonico”, affidandone la direzione a Beatrice Venezi. Un’uscita che ha il profumo della provocazione colta, visto che nelle stesse ore Fiorello sognava invece un “teatro dei varietà intitolato a Pippo Baudo”.
L’intervento del ministro, se da un lato offre una ipotetica ancora di salvezza al monumento, dall’altro ne ridefinisce radicalmente la destinazione d’uso: non più la risata popolare del varietà, ma la platea della musica classica. La Rai, da parte sua, ha già risposto con una sorta di “non opposizione”, lasciando intendere che se il dicastero volesse comprarlo, l’azienda sarebbe ben felice di cederlo, magari corredandolo di materiali e scenografie d’archivio.
I numeri dell’addio: costi, vincoli e il conto alla rovescia del bando
La cronaca della vicenda, al netto delle ideologie, scivola inesorabile verso la scadenza del 22 maggio, data fissata per la presentazione delle offerte. A pesare sulla decisione di Viale Mazzini non è solo la manutenzione straordinaria. Le fonti interne parlano di una gestione ordinaria diventata asfissiante a causa dei “vincoli condominiali” e delle difficoltà di accesso, che di fatto limitano la mole di produzioni realizzabili in quello spazio. In altre parole, il Teatro delle Vittorie costerebbe più di quanto possa produrre, e la Rai – ormai trasformata in una Digital Media Company – non può più permettersi il lusso di mantenere un relitto sentimentale.
Così, mentre i fan della vecchia scuola piangono il risiko immobiliare, il dado sembra tratto. Che si tratti di una svendita o di una razionalizzazione, il palco che ha visto esibirsi Mina, Raffaella Carrà e Mike Bongiorno -6-9 è destinato a cambiare proprietà. O forse, se Giuli riuscirà nell’intento, a cambiare semplicemente musica: dalle sigle dei cartoni animati alle sinfonie. Ma la domanda, implicita in questa battaglia, resta una sola: si può davvero misurare il futuro di una nazione vendendo i fari che ne hanno illuminato il passato?
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