Ponte Morandi, a Genova il giorno della sentenza: otto anni dopo il crollo che sconvolse l'Italia
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Redazione Interno
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Il giorno tanto atteso è infine arrivato: a Genova, nel pomeriggio di oggi, giovedì 16 luglio 2026, il Tribunale si appresta a emettere la sentenza di primo grado per il crollo del Ponte Morandi, la tragedia che l'14 agosto 2018 sconvolse il capoluogo ligure e l'intero Paese. Dopo quasi otto anni da quel maledetto giorno in cui il pilone numero nove del viadotto cedette sotto una pioggia torrenziale, trascinando con sé 250 metri di carreggiata e causando la morte di 43 persone, si attende il primo verdetto giudiziario.
Le udienze sono state 283, un iter processuale tra i più complessi e imponenti della storia giudiziaria italiana, che ha visto alla sbarra 57 imputati tra ex vertici e tecnici di Autostrade per l'Italia e del Ministero delle Infrastrutture, accusati a vario titolo di omicidio colposo plurimo e crollo colposo. La Procura di Genova, in quella che è stata una requisitoria dai toni durissimi, ha chiesto pene complessive per oltre 400 anni di reclusione.
L'attesa dei familiari e le parole del comitato
L'atmosfera all'esterno del palazzo di giustizia, dove le udienze si sono tenute in un'aula magna appositamente allestita, è carica di tensione e commozione. I familiari delle vittime, molti dei quali hanno seguito tutto il dibattimento in questi anni, si sono dati appuntamento per assistere alla lettura del dispositivo, prevista per le ore 14. Egle Possetti, presidente del Comitato dei parenti delle vittime del Ponte Morandi e che in quella tragedia ha perso la sorella, i due nipoti e il cognato, ha espresso con forza le aspettative del gruppo.
"È una giornata importantissima perché avremo il primo verdetto. È inutile nasconderlo, ci aspettiamo delle condanne", ha dichiarato la Possetti ai microfoni del Radiogiornale della RSI, aggiungendo che la sentenza, anche nel caso di assoluzioni, rappresenterà comunque "un'indicazione molto forte all'interno del procedimento".
La sua voce, portavoce di un dolore diventato impegno civile, è risuonata con particolare forza anche dopo la recente lettera di scuse inviata dall'attuale amministratore delegato di Aspi, che il comitato ha ritenuto "sbigottente" e comunque inadeguata di fronte alla necessità di una svolta concreta nella cultura della manutenzione e della sicurezza. "Le scuse non bastano, occorrono sempre i fatti conseguenti", ha ribadito Possetti, sottolineando come la prevenzione in Italia sia ancora considerata un costo e non un investimento.
Il maxi-processo e le richieste dell'accusa
Il processo che oggi si chiude con la sentenza di primo grado ha rappresentato un gigantesco lavoro di ricostruzione giudiziaria. La mole di dati e testimonianze è impressionante: 284 udienze dibattimentali, 282 testimoni ascoltati, 332 faldoni di inchiesta e 60 terabyte di materiale acquisito e analizzato dalla Guardia di Finanza, per un totale di 24.213 pagine di trascrizioni.
Al centro dell'accusa, sostenuta dai pm Walter Cotugno e Marco Airoldi, la tesi di una sistematica riduzione delle manutenzioni da parte della concessionaria autostradale, finalizzata a massimizzare i profitti per gli azionisti e che avrebbe trasformato il viadotto in una "bomba ad orologeria". I numeri parlano chiaro: durante la gestione pubblica, le manutenzioni straordinarie del ponte costavano mediamente 1,3 milioni di euro l'anno, cifra che dopo la privatizzazione e il passaggio al gruppo Benetton si è drasticamente ridotta a soli 24 mila euro l'anno.
La richiesta di pena più elevata, 18 anni e 6 mesi di reclusione, è stata formulata nei confronti dell'ex amministratore delegato di Aspi, Giovanni Castellucci, già condannato in via definitiva per la strage di Avellino del 2013. Per gli altri imputati, tra cui tecnici di Spea e dirigenti ministeriali, sono state chieste pene che vanno dai 10 ai 15 anni di carcere. La difesa, dal canto suo, ha sempre opposto la teoria del "vizio occulto" dell'opera, sostenendo l'imprevedibilità del cedimento dovuta a un difetto progettuale originario.
Il crollo e il fallimento della manutenzione
L'evento del 14 agosto 2018, alle 11.36, si portò via non solo vite umane ma anche la fiducia in un sistema di controllo e gestione delle infrastrutture che si è rivelato tragicamente fallimentare. Lo stesso progettista Riccardo Morandi, già nel 1979 e nel 1981, aveva avvisato della fragilità del ponte, un gigante con i suoi cavi in acciaio inglobati nel cemento, difficilmente ispezionabili e soggetti a un degrado imprevisto.
Eppure, nonostante i segnali di allarme e un catalogo di rischio interno di Autostrade che catalogava l'opera come "a rischio crollo per ritardate manutenzioni" già nel 2013, nulla fu fatto per prevenire il disastro. La sentenza che verrà letta oggi rappresenta quindi un passaggio cruciale non solo per la giustizia dovuta ai 43 morti e ai loro familiari, ma anche per l'intero Paese, chiamato a interrogarsi sulla gestione della cosa pubblica e sul valore della sicurezza.
La città di Genova, che ha visto il ponte ricostruito e rinato, attende ora la parola dei giudici, con la consapevolezza che il primo grado di giudizio sarà solo l'inizio di un lungo capitolo della storia giudiziaria italiana.




