Toy Story 5, la recensione: c'è ancora tempo per essere bambini?
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Quando l'ennesimo sequel di una saga cinematografica che ha segnato un'epoca arriva in sala, la domanda che sorge spontanea è se ne sentissimo davvero il bisogno, e nel caso specifico di Toy Story 5 le ragioni per nutrire un certo scetticismo erano almeno due.
Da un lato, la trilogia originaria rappresenta per i millennials una vetta pixariana inarrivabile, un luogo in cui siamo cresciuti con e come Andy, di fronte alle sue stesse scelte e paure, mentre dall'altro, Toy Story 4, per quanto apprezzabile, non era certo il film che molti speravano, chiudendo un cerchio che sembrava già perfetto.
Eppure, il quinto capitolo (in sala dal 18 giugno con The Walt Disney Company) arriva con un'urgenza tematica che lo rende sorprendentemente contemporaneo, spostando il conflitto dal classico antagonismo tra giocattoli a una minaccia ben più subdola e pervasiva: la tecnologia dedicata all'intrattenimento.
La tecnologia minaccia la creatività? Una riflessione attualissima
Per la prima volta nella storia del franchise, i giocattoli non devono vedersela con un rivale geloso o un collezionista senza scrupoli, ma con gli onnipresenti e ipnotici dispositivi elettronici, che rischiano di rubare per sempre il tempo e l'attenzione dei bambini. La paura che muove Jessie, la cowgirl che diventa la vera protagonista di questo capitolo, non è tanto quella di essere sostituita da un nuovo giocattolo, ma quella di essere semplicemente dimenticata, relegata in un angolo mentre la sua bambina, Bonnie, viene ipnotizzata da un tablet di nome Lilypad.
Il film, diretto da Andrew Stanton (Finding Nemo, WALL-E) e co-diretto da Kenna Harris, si pone una domanda cruciale che riguarda non solo il destino di Woody, Buzz e Jessie, ma anche il nostro: la tecnologia sta minacciando la creatività e la capacità di instaurare relazioni vere?
Jessie al centro della scena tra abbandono e nuovo scopo
La sceneggiatura di Toy Story 5 ha il merito di approfondire il personaggio di Jessie come mai prima d'ora, portando a compimento un arco narrativo iniziato nel secondo film. La sua paura dell'abbandono, già esplorata nella celebre canzone "When She Loved Me", si riaccende con prepotenza quando Bonnie, persa dietro allo schermo, smette di giocare con lei.
Non si tratta più di una semplice gelosia, ma di un'ansia esistenziale che la spinge a chiedere aiuto a Woody, che nel frattempo si è ritirato per aiutare giocattoli senza proprietario insieme a Bo Peep, e a Buzz, il quale cerca il momento giusto per dichiararsi. La missione di Jessie, però, va oltre la semplice sopravvivenza dei giocattoli; il suo obiettivo è convincere Bonnie a cercare un amico vero, in carne e ossa, contrapponendo la magia dell'immaginazione alla solitudine di una generazione di bambini-iPad.
Un debutto da record e il coraggio di non prendere una posizione netta
Nonostante le perplessità iniziali, il film sembra destinato a un trionfo al botteghino, con proiezioni che parlano di un debutto globale da 275 milioni di dollari, un record per il franchise, e un incasso domestico previsto intorno ai 140 milioni, anche se leggermente al di sotto delle prime stime.
La critica, però, si è divisa: c'è chi lo definisce il peggior capitolo della serie, citando un'esaurimento della formula ("played out"), e chi invece lo esalta come un aggiornamento "caldo e arguto" di una formula amata, lodando la "promozione" di Jessie a protagonista e il messaggio ammonitore sulla vita online.
Tuttavia, la pellicola di Pixar si guarda bene dal condannare senza appello la tecnologia, proponendo un fragile compromesso (chat di gruppo = cattiva, giocattoli tecnologici senza connessione sotto supervisione = tollerabili) che potrebbe lasciare l'amaro in bocca a chi cercava una posizione più radicale.
La paura più grande, come sottolineato da alcuni osservatori, è che il film dipinga un ritratto desolante di un'infanzia resa più triste e meschina dalla tecnologia, senza però avere il coraggio di guardare negli occhi i genitori in sala, i veri artefici di questa deriva.
Un'opera che riflette le ansie dei genitori più che i desideri dei bambini
Il paradosso di Toy Story 5 è che, nonostante sia popolato di giocattoli e colori, si rivela un film traumatico soprattutto per i genitori, più che per i bambini. Per la prima volta, la saga si sofferma sulla profonda solitudine di un bambino umano, mostrando Bonnie che chiede ai suoi genitori: "Perché nessuno vuole essere mio amico?".
Questo approccio, che mette in scena le insicurezze e le paure di chi cresce in un mondo iperconnesso, trasforma il film in una riflessione sull'educazione e sulla responsabilità adulta, dove i giocattoli, paradossalmente, diventano lo specchio delle nostre ansie genitoriali.
Il risultato è un'opera caotica, a tratti meno brillante e divertente dei suoi predecessori, ma incredibilmente provocatoria, che affronta il "mostro" della tecnologia senza demonizzarlo del tutto, ma che, come giustamente osservato, non riesce a scrollarsi di dosso la sensazione che a essere finita non sia solo l'era dei giocattoli, ma forse l'infanzia stessa.




