L’effetto a catena della guerra in Iran: dal caro petrolio ai rincari di scarpe e giocattoli
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Redazione Economia
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L’operazione militare avviata da Stati Uniti e Israele il 28 febbraio scorso ha innescato, secondo le ultime proiezioni del Fondo monetario internazionale e dell’Agenzia internazionale dell’energia, quella che si prospetta come la più grave crisi energetica della storia recente. Il blocco praticamente totale dello Stretto di Hormuz – il valico attraverso il quale transita circa il 20% del petrolio mondiale e un quinto del gas naturale liquefatto – ha ridotto i flussi a meno del 10% dei livelli pre-conflitto, creando un effetto domino destinato a investire ben presto l’intera filiera dei beni di consumo. Se finora a lamentarsi più rumorosamente sono stati gli automobilisti, colpiti in prima persona dai rincari alla pompa, le analisi della Banca Mondiale pubblicate nei giorni scorsi suggeriscono che nessun settore verrà risparmiato, dalle calzature ai giocattoli, passando per i fertilizzanti e l’industria pesante.
L’impennata dei greggi e il crollo dell’offerta globale
I numeri di questa crisi sono impietosi e raccontano di una brusca interruzione della fase di ribilanciamento che aveva caratterizzato l’inverno 2025. Prima del conflitto, il mercato era persino in surplus di quasi 4 milioni di barili al giorno; i prezzi di riferimento in Europa e in Asia erano scesi del 25% grazie alla forte crescita delle forniture di Gnl nordamericano. Oggi, con la riduzione stimata di 10 milioni di barili al giorno – la più grande interruzione mai registrata nella storia, superiore persino alla crisi petrolifera degli anni Settanta – il Brent è schizzato da 72 a 118 dollari in appena un mese, registrando l’incremento mensile più vertiginoso in termini assoluti mai documentato.
L’Agenzia internazionale per l’energia ha già tagliato le previsioni sulla domanda globale, ipotizzando una flessione di 80.000 barili al giorno nel 2026. Una contrazione, quella dei consumi, che se da un lato riflette il razionamento imposto dall’emergenza, dall’altro potrebbe clamorosamente rivelarsi insufficiente a calmierare i listini se la situazione militare dovesse protrarsi. L’effetto più devastante, spiegano gli analisti della Banca Mondiale, è il cosiddetto “moltiplicatore geopolitico”: durante periodi di guerra, una riduzione dell’1% della produzione genera un aumento dei prezzi quasi doppio rispetto a quello che si osserverebbe in caso di guasti tecnici o scioperi, a causa dell’accaparramento speculativo e dei premi per il rischio.
Dai carburanti ai beni quotidiani: l’effetto domino sui consumi
In Italia, l’impatto sulle tasche dei cittadini è già stato quantificato con precisione: 1,7 miliardi di euro di costi extra in soli due mesi, di cui 1,2 miliardi assorbiti solo dai carburanti. Il gasolio è passato da 1,70 a quasi 2,10 euro al litro ad aprile, mentre la benzina si è stabilizzata ben al di sopra della soglia psicologica di 1,80 euro. Ma la vera tempesta deve ancora arrivare per le famiglie, e riguarda i prodotti meno visibili. Il blocco delle esportazioni dal Golfo Persico – dove l’Iran ha fermato la produzione di ammoniaca e il Qatar ha sospeso quella di urea e zolfo – ha fatto schizzare l’indice dei prezzi dei fertilizzanti del 31% su base annua, un incremento che graverà sui raccolti dell’emisfero nord e farà lievitare i generi alimentari.
Non solo cibo. La Banca Mondiale avverte che i prezzi dei metalli toccheranno i massimi storici nel 2026: l’alluminio, la cui produzione è energeticamente intensiva, ha già subito un rincaro del 13% nel primo trimestre, colpendo duramente i settori della componentistica industriale. È così che si spiega il nesso tra la guerra in Medio Oriente e il futuro prezzo di una scatola di scarpe o di un peluche: l’aumento dei costi energetici e delle materie prime plastiche e metalliche viaggerà lungo le catene di fornitura dalle fabbriche asiatiche fino ai negozi europei, con un ritardo di trasmissione stimato tra i tre e i sei mesi.
Chi guadagna dalla crisi: i super-profitti del settore fossile
Mentre famiglie e aziende subiscono lo choc dei rincari, c’è chi capitalizza sull’instabilità. Le sei principali compagnie petrolifere del mondo – Chevron, Shell, BP, ConocoPhillips, ExxonMobil e TotalEnergies – stanno registrando profitti aggiuntivi per quasi 37 milioni di dollari al giorno rispetto al già florido 2025, una media di circa 3.000 dollari al secondo. Questo flusso di capitale, alimentato dalla disparità tra prezzi al consumo e costi di estrazione rimasti sostanzialmente invariati, si configura come un vero e proprio trasferimento di ricchezza dai Paesi importatori – quelli più fragili – verso le grandi holding occidentali.
A giovarsi dell’emergenza non sono soltanto i giganti dell’estrazione. Le Borse europee, apparentemente piatte in questi giorni di incertezza, nascondono una netta cesura: mentre i titoli del comparto difesa e petrolifero volano, le compagnie aeree (come easyJet e Lufthansa) sono state travolte dal caro-kerosene, e l’industria manifatturiera tedesca e italiana arretra, schiacciata da costi operativi proibitivi. La guerra allo Stretto di Hormuz non sta solo spostando le navi sulle rotte alternative (più lunghe e costose), ma sta ridisegnando la geografia dei profitti, penalizzando l’Europa manifatturiera a vantaggio dell’autosufficienza energetica statunitense, come documentato dall’impennata delle esportazioni di Gnl americano verso il Vecchio Continente.




