Il caso Minetti e la grazia contesa: il pg Brusa sfida i dubbi con 40 anni di carriera alle spalle
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Non accadeva spesso, almeno stando alla memoria dell'ufficio giudicante milanese, che una procedura di grazia si trasformasse in un ginepraio di versioni contrastanti e verifiche supplementari. Eppure, la vicenda che ruota attorno all’ex consigliera regionale Nicole Minetti – ormai divenuta un caso nazionale che coinvolge il Quirinale e il ministero della Giustizia – ha assunto i contorni di un vero e proprio polverone istituzionale. In questo scenario, dominato dalle ricostruzioni stampa e da comunicati incrociati, emerge con forza la voce di Gaetano Brusa, sostituto procuratore generale di Milano, che con 40 anni di esperienza alle spalle (e una pensione ormai prossima) rompe il silenzio per difendere l’operato proprio e quello dell’ufficio che rappresenta. “È la prima volta che mi accade una cosa del genere in quattro decenni di lavoro”, ha dichiarato Brusa, manifestando tutto il suo stupore di fronte alle polemiche esplose dopo la concessione dell’atto di clemenza firmato dal presidente della Repubblica.
Un parere a suo tempo giudicato esaustivo, ma ora messo in discussione
Il nodo centrale della questione, che tiene banco nelle aule giudiziarie e nei palazzi del potere, risiede nella presunta incompletezza degli accertamenti preliminari. Quando la Procura generale di Milano, insieme allo stesso Brusa e alla procuratrice generale Francesca Nanni, espresse il parere favorevole sulla richiesta di grazia, lo fece – a loro dire – sulla base di un fascicolo ritenuto completo e conforme agli standard richiesti dal ministero. “Ho gestito centinaia di richieste di clemenza – ha tenuto a precisare il magistrato – e devo dire che, a mio avviso, quegli atti contenevano già tutti gli elementi necessari per procedere”. Tuttavia, l’emergere di nuove ricostruzioni giornalistiche (che parlano di elementi non verificati o di situazioni familiari non corrispondenti al vero) ha costretto lo stesso Quirinale a richiedere un supplemento di indagine, d’intesa con via Arenula. Un dietrofront strisciante che Bruza non digerisce: “Non mi va di pensare di essere stato preso in giro, né tantomeno voglio sentirmi dire di aver firmato provvedimenti lacunosi”.
Le nuove verifiche e l’intervento dell’Interpol: un’istruttoria senza schema
A complicare ulteriormente il quadro, e a fornire quella scossa che ha riportato il caso sotto i riflettori, ci ha pensato la decisione di allargare il raggio delle verifiche anche oltre i confini nazionali. La stessa Procura generale, nonostante la fermezza con cui difende il lavoro già svolto, ha dovuto prendere atto delle sollecitazioni provenienti dal Colle e ha attivato “con massima urgenza” i canali dell’Interpol per fare piena luce sulle circostanze che avrebbero giustificato la grazia alla Minetti. Una scelta, quella di coinvolgere la polizia internazionale, che testimonia la volontà di non lasciare margini a dubbi o strumentalizzazioni. In questa fase si assiste però a un cambiamento metodologico significativo rispetto al passato, come ha sottolineato il sostituto pg Brusa: se in precedenza il ministero forniva alla magistratura uno “specchietto” con gli accertamenti standard da eseguire, questa volta le indagini sono state impostate senza uno schema rigido (un “carte blanche” per così dire), concedendo ai pm la libertà di scandagliare ogni aspetto della vicenda.
L’ammissione di possibilità di errore: “Potremmo modificare il parere”
Sebbene Brusa e la procuratrice Nanni si siano detti convinti della bontà del lavoro di prima battuta, nelle loro dichiarazioni trapela comunque quella cautela professionale che contraddistingue i magistrati di lungo corso. L’obiettivo, oggi, non è tanto difendere a spada tratta il passato, quanto accertare la verità sostanziale, anche a costo di dover ammettere delle omissioni. Non a caso, rispondendo alle domande dei cronisti, i vertici della Procura generale di Milano non hanno escluso scenari inediti per il futuro prossimo. “Se dagli accertamenti che abbiamo delegato – e che stiamo portando avanti a tutto campo – emergessero elementi tali da scalfire le motivazioni alla base dell’istanza – hanno dichiarato – siamo sempre tenuti a riformulare un nuovo parere, che potrebbe anche essere diverso dal precedente”. Un’apertura di credito verso una possibile revisione che non equivale però a un mea culpa, ma che denota piuttosto la volontà di seguire il principio di leale collaborazione con il Quirinale e con il ministero della Giustizia, in attesa di capire se quelle “supposte falsità” paventate da alcuni organi di stampa trovino effettivo riscontro nella realtà dei fatti.




