La “brigata ebraica” e la legge mancino: l’antisemitismo come reato, non come opinione
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Redazione Interno
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MILANO. Non sono semplici detti popolari, né tanto meno scampoli di folklore politico da archiviare nella cronaca di una manifestazione affollata; le frasi “siete saponette mancate” o l’oltraggio che inneggia alla incompletezza del lavoro di Hitler, urlate a denti stretti contro i componenti della Brigata Ebraica durante il corteo del 25 aprile a Milano, rappresentano a tutti gli effetti una violazione della legge Mancino. A chiarirlo, con una durezza che lascia poco spazio a interpretazioni o revisionismi lessicali, è Davide Romano, direttore del Museo della Brigata Ebraica, il quale sottolinea come questi attacchi verbali non possano essere liquidati come semplici “opinioni discutibili” in un dibattito acceso. Ciò che inquieta profondamente l’esponente – e lo dichiara in una nota diffusa a caldo – non è soltanto la commissione materiale di questi reati, ma il tentativo, a suo avviso pervicace, di giustificarli richiamandosi alla presenza di vessilli ritenuti “inopportuni”. La scusa di alcune bandiere, insomma, non regge di fronte alla durezza di certi epiteti.
Il racconto di una “cacciata” e l’ombra della scorta
La dinamica degli eventi si snoda lungo via Senato, dove lo spezzone della Brigata – composto da decine di persone, tra cui il figlio della senatrice Liliana Segre, Luciano Belli Paci, e l’esponente del Pd Emanuele Fiano – è stato fisicamente bloccato e poi costretto a defilarsi dal corteo principale. Secondo le ricostruzioni, la sezione della manifestazione si era arenata a causa dei contestatori che, innalzando cori di matrice antisemita, hanno creato un ingorgo umano tale da richiedere l’intervento delle forze dell’ordine in tenuta antisommossa; questi ultimi, valutando il rischio per la sicurezza, hanno provveduto a scortare fuori dal percorso il gruppo, che ha dovuto così celebrare la Liberazione ai margini, distante dal cuore della ricorrenza. Emanuele Fiano, che vanta una partecipazione cinquantennale a queste cerimonie, ha definito l’episodio come un unicum nella sua esperienza, negando che fossero stati preventivamente avvertiti riguardo al divieto di esporre la stella di David sugli striscioni. La versione fornita dalla presidenza dell’Anpi di Milano parlerebbe invece di un’intesa (non scritta) per evitare simboli nazionali stranieri, al fine di non inasprire gli animi di una piazza già polarizzata dal conflitto mediorientale; Romano, da parte sua, ha sfidato il presidente dell’Anpi Primo Minelli a pubblicare gli scambi WhatsApp intercorsi, per verificare chi dei due abbia rispettato gli accordi verbali.
La polemica sulle “bandiere inopportune” e la deriva giudiziaria
Se il 25 aprile a Milano ha registrato la più grande affluenza d’Italia – circa centomila persone secondo gli organizzatori – il giorno dopo lascia sul campo una scia di polvere da sparo e accuse reciproche. Romano attacca senza mezzi termini la teoria che vorrebbe la bandiera israeliana come giustificazione delle ingiurie a sfondo nazista, definendo “ridicola e illiberale” l’idea che un simbolo possa autorizzare la violenza verbale. “Qualcuno ha il coraggio di teorizzare che la bandiera israeliana giustifichi l’utilizzo di frasi di matrice nazista?”, si chiede il direttore, sottolineando come questa logica sia “figlia di Paesi dittatoriali”. Sul fronte strettamente giudiziario, la procura ha già annunciato che vaglierà i filmati e le denunce per accertare eventuali profili di istigazione all’odio razziale, un reato che, in base alla legge Mancino, prevede pene severe non solo per chi incita alla violenza ma anche per chi diffonde idee fondate sulla superiorità o sull’odio etnico. Le parole “saponette mancate”, terribile allusione all’utilizzo dei corpi delle vittime dei campi di sterminio, rappresentano un crinale semantico difficilmente compatibile con la scriminante della “protesta politica”.
La frattura, spesso, sembra destinata a scavarsi più a fondo: Luciano Belli Paci, visibilmente scosso dopo essere stato letteralmente accerchiato per due ore, ha ammesso di non sapere “se ci sono le condizioni per tenere la tessera dell’Anpi”, evidenziando come tra i contestatori ci fossero individui con il fazzoletto partigiano al collo che si sono uniti a quella che lui definisce una “canea di insulti”. Se, da una parte, il Partito Democratico ha cercato di prendere le distanze (pur venendo accusato da alcuni esponenti ebraici di aver “normalizzato” una certa retorica anti-israeliana), dall’altra l’Anpi nazionale ha replicato seccamente, sostenendo che “gli ebrei hanno sfilato senza problemi” e rigettando le accuse di cattiva gestione.
Sviluppi istituzionali e la visita al Memoriale della Shoah
L’eco dell’accaduto ha raggiunto i vertici del Viminale. Dopo un confronto serrato tra il deputato Fiano e il questore di Milano, è stato annunciato che il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, si recherà martedì al Memoriale della Shoah. Un incontro, questo, che assume i contorni di una verifica istituzionale sull’operato delle forze dell’ordine (le quali, va ricordato, hanno agito per allegerire una tensione che rischiava di degenerare in aggressioni fisiche) e sulla tenuta del protocollo di sicurezza nelle manifestazioni pubbliche. La presenza di Piantedosi, a pochi giorni dalle scontate polemiche per gli spari avvenuti a Roma durante un altro corteo, rappresenta un segnale tangibile dell’attenzione dell’esecutivo verso un fenomeno che non accenna a rientrare: quello dell’antisemitismo che si traveste da attivismo politico. Romano, dal canto suo, ha già lanciato una proposta provocatoria per il futuro: abituare il 25 aprile a ospitare le bandiere di tutti i 51 Paesi che componevano l’Alleanza che sconfisse il nazifascismo, chiedendo che ogni anno dal palco principale parli un rappresentante di una di quelle nazioni alleate. Una richiesta che, spostando il dibattito dalla cronaca alla pedagogia civica, prova a ridare senso compiuto a una Resistenza che, quella domenica, è sembrata per un attimo dimenticare chi fossero i suoi martiri.




