“Il cuore pulsante è il generale”: dalla Toscana il radicamento di Futuro nazionale tra sindaci transfughi e l’apertura a ogni interlocutore
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Redazione Interno
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Non è da Viareggio, o meglio non è soltanto da lì, che si misura la capacità di penetrazione territoriale del nuovo soggetto politico fondato da Roberto Vannacci. Se è vero, come ha chiarito il coordinatore nazionale Massimiliano Simoni, che il baricentro del movimento coincide con la residenza del suo leader – e dunque, citando testualmente, “se stava a Bolzano si partiva da lì” – è altrettanto vero che il triangolo compreso tra Lucca, Pisa e la stessa città versiliese rappresenta in queste settimane l’epicentro organizzativo di Futuro nazionale -6. Il radicamento toscano, del resto, non è una variabile casuale: a Pisa il deputato Edoardo Ziello ha formalizzato il distacco dalla Lega, e con lui due consiglieri comunali di maggioranza, Angelo Ciavarrella e Maria Grazia Bellomini, hanno ridefinito gli equilibri della coalizione locale senza peraltro far venir meno il sostegno all’esecutivo cittadino -6. E ancora, a Firenze l’emorragia dai consigli di quartiere – cinque uscite su sette tra gli eletti leghisti – si è accompagnata alle dimissioni, spesso accompagnate da dichiarazioni poco accomodanti, di Franca Innocenti Barocchi e Gualberto Carrara nel Q5, di Salvatore Sibilla nel Q1, fino al delegato nazionale Davide Bisconti e al segretario provinciale della Giovane Italia, Michele Petrucciani -6. La nascita del primo gruppo consiliare sulla costa, a Cecina, suggella una mappa che il partito intende estendere ben oltre i confini regionali.
La composizione della squadra e il principio delle porte aperte
Se la geografia del dissenso leghista disegna un arcipelago in gran parte prevedibile, assai meno scontata appare la composizione dello stato maggiore che sta prendendo forma attorno al generale. Contro ogni narrazione che vorrebbe Futuro nazionale quale contenitore esclusivo dell’ultradestra, le indiscrezioni sulle possibili candidature rivelano un ventaglio di provenienze quanto meno eterogeneo -1. Aboubakar Soumahoro, che della battaglia sindacale nelle piattaforme logistiche aveva fatto il proprio cavallo di battaglia con tanto di stivali infangati esibiti a Montecitorio, non ha escluso di mettersi a disposizione: «Sono un pragmatico – ha dichiarato – guarderò il progetto, sono un uomo libero, difendo l’interesse italiano» -1. Accanto a lui circolano i nomi di Emanuele Pozzolo, già primo deputato a seguire Vannacci e presente al punto stampa sulla fiducia al decreto Ucraina, del veterano Mario Borghezio, del blogger Mario Adinolfi e persino dello youtuber noto come Cicalone, Simone Ruzzi, che per ora frena: «Ci vuole una seria classe dirigente, oltre alla bravura del leader» -1. A coordinare il tesseramento nazionale sarà invece Annamaria Frigo, già consigliera a Bagni di Lucca -6.
Il principio che informa questa costruzione, lo ha ribadito Vannacci a La7, è quello della non preclusione sistematica: le porte restano aperte anche per militanti di Forza Nuova e CasaPound, purché si presentino come «liberi cittadini» e non abbiano pendenze con la magistratura -2. All’obiezione – e cioè che il problema potrebbe consistere proprio nell’ingresso in istituzioni fondate su una Costituzione antifascista di soggetti che si dichiarano fascisti – il leader di Futuro nazionale ha replicato seccamente demandando alla magistratura e alle forze dell’ordine l’eventuale repressione del reato, e non già a esponenti politici come Bonelli o Fratoianni, da lui definiti «quattro disperati» -2. Né, del resto, la disponibilità al dialogo si ferma alle formazioni della destra radicale: «Con tutti – ha insistito – anche con l’estrema sinistra», avendo egli stesso votato emendamenti della Left quando ritenuti conformi ai propri princìpi -2.
Il posizionamento nella coalizione e la rivendicazione di purezza
In questo crogiuolo di transfughi, outsider ed ex avversari, l’architrave programmatica poggia su un assunto costantemente ribadito: Futuro nazionale si propone quale «naturale interlocutore del centrodestra» -5-10. La formula, ripetuta quasi ossessivamente, intende qualificare il partito non già come una forza antagonistica alla maggioranza di governo bensì come una componente interna alla coalizione, sebbene portatrice di una linea «pura, vera, orgogliosa, fiera» e – questo il punto – priva di quelle mediazioni che Vannacci definisce “slavate” -8. La differenza rispetto agli alleati, a sentire il fondatore, risiederebbe dunque nella coerenza e nella mancata necessità di annunciare tematiche che dovrebbero essere istintivamente proprie della destra -5.
Tale postura, tuttavia, non si traduce in ostruzionismo parlamentare. Sul decreto Ucraina, e più specificamente sulla tredicesima trance di aiuti militari a Kiev, i deputati vannacciani – Rossano Sasso, Edoardo Ziello ed Emanuele Pozzolo – hanno votato la fiducia al governo, motivando l’assenso con l’intenzione di non «dare alibi a nessuno» -4-9. Ma il sì, hanno tenuto a precisare, non cancella il dissenso di merito: «Ribadiamo il nostro no a un decreto che invia per la tredicesima volta armi e soldi per Zelensky» -9. Gli ordini del giorno presentati dal gruppo, e indirizzati ai deputati del centrodestra, chiedono infatti che quelle stesse risorse vengano dirottate su un “decreto Italia” finalizzato alla sicurezza urbana: «Ogni giorno nelle nostre strade e nelle nostre città c’è una guerra che subiscono gli italiani, ci sono balordi che imperversano, stuprano, rapinano e ammazzano» -4.
La frattura con la Lega e l’autonomia rivendicata
La cesura con il partito di Matteo Salvini, formalizzata dopo settimane di tensioni, è stata motivata dal generale con il progressivo allontanamento dei propri valori da quelli espressi dalla dirigenza leghista. «A un certo punto – ha spiegato – ho capito che i miei valori non erano più riflessi al cento per cento» -2. Il voto sull’invio di armi a Kiev ha rappresentato la goccia definitiva, ma il lessico utilizzato per difendere la propria scelta tradisce una frattura più profonda, quasi antropologica: a Salvini che evocava le categorie di lealtà, onore, disciplina e dovere, Vannacci ha opposto una declinazione personalissima di quei medesimi termini. Lealtà non è obbedienza cieca, onore non equivale a immobilismo, disciplina non può significare rinuncia al pensiero -7. E a chi lo accusava di ingratitudine, forte delle 563mila preferenze che lo hanno portato a Strasburgo, ha ricordato come quei voti abbiano garantito alla Lega non solo il suo seggio ma altri due parlamentari europei: «Dovrebbero rinunciare anche a quelli» -7.
Il parallelo, semmai, lo accosta a Giorgia Meloni quando lasciò il Pdl: una scissione per divergenza di vedute, non per calcolo -7. Che poi quella stessa Meloni sia oggi presidente del Consiglio e leader del partito di maggioranza relativa non sfugge al generale, il quale respinge come «grottesche» le teorie di un patto sottobanco per indebolire l’esecutivo -7. L’orizzonte, ribadisce, è bilaterale: Futuro nazionale esiste, ha depositato l’atto di fondazione, e intende pesare. Da ultimo, sul terreno della politica estera, la provocazione è servita con disarmante candore: «Io mediatore con Putin? Perché no, sarei meglio di Draghi» -8. Non una candidatura ufficiale, semmai l’esplicitazione di una convinzione: la propria cifra comunicativa, tra il guascone e il militaresco, può aprirgli spazi che a economisti e banchieri centrali sono preclusi.




