L’ombra della “caccia allo straniero” a Taranto: Bakary Sako, due mogli incinte in Mali e la passione per il Psg, ucciso da un quindicenne
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Redazione Interno
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Nella sua immagine profilo sui social aveva scelto una fontana, uno dei simboli della città: la Rosa dei venti sul lungomare di Taranto. Un’altra fontana, quella scavata nel cuore della Città vecchia, è stata invece il teatro della sua tragica fine. Bakary Sako, trentacinquenne originario del Mali, amava il calcio – era tifosissimo del Paris Saint Germain – e viveva lontano dalla propria terra per lavorare nei campi, in un silenzio fatto di fatica e riservatezza. Tornato in Africa lo scorso gennaio, aveva lasciato nel suo Paese due mogli, entrambe incinte. Nessuna di loro, probabilmente, avrebbe immaginato il ritorno della notizia che, invece, è arrivata dall’Italia: un agguato notturno, senza movente, senza una lite, senza un motivo se non quello di essersi trovato “al posto sbagliato nel momento sbagliato”.
La sequenza dell’aggressione e il branco di minorenni
All’alba di sabato, in piazza Fontana, il bracciante maliano è stato accerchiato da un gruppo di cinque giovani – nella quasi totalità minorenni – e poi rincorso, pestato e infine colpito a morte. Non c’è stata alcuna provocazione, secondo quanto emerso dalle indagini, ma una vera e propria “caccia allo straniero” condotta senza tregua. L’unica colpa attribuibile a Sako, quella di avere la pelle scura in un quartiere reso ostile dall’ignoranza di un branco, lo ha trasformato in un bersaglio. La dinamica, ricostruita dagli inquirenti, parla di un accerchiamento rapido, una violenza fisica prima dell’accoltellamento, e poi la fuga del gruppo mentre l’uomo lasciava la propria vita sull’asfalto.
Il coltello, la confessione e i tre fendenti all’addome
A sferrare i fendenti mortali – tre colpi, tra torace e addome, con un coltello o forse un cacciavite – sarebbe stato un ragazzo di quindici anni, il quale compirà sedici anni tra pochi giorni. È stato proprio lui a confessare, a quanto dichiarato dai legali Salvatore Maggio e Pasquale Blasi (che lo assistono), nonché a indicare il luogo dove aveva nascosto l’arma. Un’ammissione che ha consentito di chiudere il cerchio su un’aggressione altrimenti confusa, dove la furia del gruppo sembrava voler cancellare ogni traccia. Il minore, ascoltato dagli investigatori, ha fornito una versione che conferma la dinamica dell’accerchiamento: nessun litigio pregresso, nessuna parola di scambio – solo un assalto brutale, deciso in pochi secondi, probabilmente per il gusto di colpire chi è diverso.
La vittima dimenticata, tra la cronaca e il silenzio dei campi
Bakary Sako non era un volto noto per la cronaca, né un personaggio pubblico. Lavorava stagionalmente nei campi, come tanti altri migranti, e la sua vita scorreva tra le partite del Psg guardate in qualche bar di periferia e le telefonate faticose al Mali, dove le due mogli aspettavano figli che non vedranno mai il padre. Un’esistenza interamente votata al lavoro e al rimpatrio di denaro, spezzata dall’odio casuale di ragazzi che, per pochi secondi di follia collettiva, si sono trasformati in carnefici. L’omicidio, per gli inquirenti, non è stato un fatto passionale né una rissa degenerata: è stato un agguato pianificato nel giro di pochi minuti, una violenza gratuita che ora pesa sulle spalle di un quindicenne. L’arma, recuperata, sarà decisiva per i prossimi accertamenti giudiziari, mentre il branco – ancora in parte da identificare per i ruoli specifici – rischia di dover rispondere di concorso in omicidio. Ma al di là dei dettagli tecnici, resta l’immagine di quell’altra fontana, la foto profilo sul lungomare: un simbolo di bellezza che Sako forse amava, e che ora è l’unico sorriso lasciato in eredità a una storia di ordinario razzismo e di straordinaria, inutile violenza.




