Milano, la biblioteca Braidense come palestra e il rammarico degli Amici di Brera: “Qualità bassa”

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   C’è un video, rimbalzato da uno story all’altro, che mostra tappetini allineati sotto le volte settecentesche della sala Teresiana, nella Biblioteca Nazionale Braidense. Si vede un personal trainer – Isaac Boots, seguito da seicentosedicimila persone su Instagram – guidare una sessione di fitness tra sudore, borracce di energy drink e la colonna sonora di un remix di Bob Sinclair che campionava Raffaella Carrà. Un’immagine che, nell’arco di poche ore, ha acceso una discussione destinata a durare ben oltre la durata dell’allenamento stesso. La direzione della Pinacoteca di Brera – che, è bene ricordarlo, gestisce anche la Braidense – ha fatto sapere di aver concesso lo spazio per una lezione di yoga, garantendo il rispetto di tutte le norme di sicurezza. Ma a colpire non è stata tanto la natura dell’attività, quanto il contesto: quegli stessi volumi antichi, di solito protetti da vetrine, erano stati rimossi per far posto a un’esperienza di fitness, il tutto in una sala intitolata a Maria Teresa d’Austria, colei che nel 1770 ne pose la prima pietra.

L’iniziativa, organizzata da un brand di skin care, ha portato nelle casse della Grande Brera un introito di diecimila euro. È una pratica, quella della concessione degli spazi, regolata dal ministero della Cultura e ormai consolidata: i musei, e con essi le biblioteche monumentali, affittano le loro sale per sostenere costi di gestione che altrimenti graverebbero unicamente sulle risorse pubbliche. Non è la prima volta che la sala Teresiana viene liberata dai suoi arredi storici per ospitare un evento; in passato, ci erano state cene private e persino un party dell’Estetista Cinica che aveva scatenato polemiche analoghe. Ma stavolta, forse per la presenza di un elemento così fisico come l’attività cardio, la distanza tra la funzione originaria del luogo e l’uso che se ne è fatto è sembrata incolmabile a molti.

Tra i primi a far sentire la propria voce è stato Angelo Mazzone di Milano Segreta, che sui social ha parlato di “continuo sfregio al nostro patrimonio”, sottolineando quella disparità di trattamento che vede regole rigidissime per i comuni mortali – ai quali è vietato persino introdurre una bottiglietta d’acqua – e concessioni ben più ampie per chi può permettersi di pagare il tariffario ministeriale. C’è poi il tema, meno visibile nelle storie Instagram ma non per questo meno sostanziale, legato alla conservazione: il sudore, l’umidità, il fiato di un gruppo di persone che si muovono intensamente non sono certo compatibili con la preservazione di carte e volumi antichi, sebbene la direzione abbia assicurato che le misure di sicurezza fossero state tutte rispettate.

Non è mancata, in questo coro di critiche, la voce di chi difende la scelta del direttore Angelo Crespi. C’è chi sostiene, citando l’autonomia dei musei introdotta dalla riforma Franceschini, che senza questi introiti la cultura in Italia non reggerebbe il passo: i costi di gestione sono altissimi, gli stipendi del personale e le utenze richiedono risorse che lo Stato non sempre riesce a erogare in misura sufficiente. La stessa Braidense, in passato, aveva già aperto le sue porte a eventi simili, e il tariffario – che in questo caso ha fruttato diecimila euro per un’ora di attività – è un meccanismo che altri musei milanesi, dal Poldi Pezzoli al Castello Sforzesco, utilizzano con regolarità durante la Fashion Week o il Salone del Mobile.

Ma per gli Amici di Brera, l’associazione che da anni si batte per la tutela del complesso monumentale, il punto non è tanto l’opportunità di affittare gli spazi quanto la qualità dell’uso che se ne fa. La loro critica, espressa con parole pesanti come “qualità bassa”, non riguarda il principio della concessione a pagamento, ma la scelta di trasformare una delle sale più rappresentative della cultura milanese in una palestra. Il rammarico è che si sia scelto di normalizzare un’immagine tanto distante dalla vocazione del luogo, quasi che il confine tra valorizzazione e spettacolarizzazione, già messo a dura prova in passato, sia stato definitivamente oltrepassato.

Un incasso da diecimila euro e le regole del ministero

L’operazione, dal punto di vista amministrativo, è ineccepibile. I diecimila euro versati dal brand di skin care rientrano in un sistema di concessione che la direzione di Brera, sotto la guida di Angelo Crespi, ha ereditato dai suoi predecessori e che gestisce con un regolamento ministeriale preciso. È lo stesso meccanismo che ha permesso, in anni recenti, di ospitare cene di gala per maison di moda o installazioni temporanee durante la settimana del design. La sala Teresiana, in particolare, è una di quelle più richieste – insieme all’Orto botanico e a Palazzo Citterio – e durante i periodi di maggiore afflusso come il Salone del Mobile si formano persino delle liste d’attesa per poterla utilizzare. La direzione ha voluto sottolineare che si è trattato di una lezione di yoga, e non di un allenamento ad alta intensità, e che le vetrine con i volumi erano state rimosse per l’occasione.

Il precedente dell’Estetista Cinica e la normalizzazione degli eventi

Non era la prima volta che la Braidense finiva al centro di una bufera social per un evento privato. Nel giugno del 2024, la cena organizzata dall’Estetista Cinica per celebrare lo sbarco del suo marchio in Spagna aveva sollevato critiche simili, con l’aggravante che in quella circostanza furono allestiti tavoli imbanditi proprio tra gli scaffali della sala di lettura. Allora, come oggi, la difesa del direttore Crespi si basò sul dato economico: l’evento fruttò circa ottantamila euro per gli spazi più quindicimila per i custodi, una cifra che, nelle sue parole, poteva coprire ottomila ingressi gratuiti. Ma a differenza di quella serata, che aveva comunque mantenuto una parvenza di cerimoniale legato alla ristorazione, questa volta l’elemento di rottura è stato l’uso del, l’attività fisica, la musica a volume sostenuto: una messa in scena che ha reso ancora più evidente la tensione tra il sacro del sapere e il profano del mercato.

La politica delle concessioni e i costi della cultura

La pratica di affittare i musei per eventi privati è, in realtà, una consuetudine internazionale consolidata. A Milano, oltre alla Braidense, anche il Museo del Novecento mette a disposizione la sala Fontana per cene di gala, mentre il Castello Sforzesco offre sale attigue alla raccolta di antichità egizie per ricevimenti. Il punto, sollevato in questo caso da più parti, è se esista un limite al tipo di attività che si possono ospitare in un luogo il cui patrimonio librario è tra i più importanti d’Europa. Perché se è vero che gli studenti non possono portare nemmeno una bottiglia d’acqua, mentre un gruppo ristretto può eseguire salti e flessioni a pochi passi dagli scaffali – anche se svuotati – viene naturale interrogarsi sul criterio con cui si stabilisce cosa sia dignitoso e cosa non lo sia. È questa disparità, forse, a ferire maggiormente la sensibilità di chi considera la Braidense non un semplice spazio commercializzabile, ma un’istituzione con una missione precisa.

Il rammarico degli Amici di Brera e la questione della qualità

È stato l’associazione Amici di Brera a definire “bassa” la qualità dell’operazione, un termine che pesa più di una generica accusa di mercificazione. A infastidire non è tanto l’idea che si possano affittare le sale, ma che lo si faccia senza una strategia culturale che giustifichi la scelta. In altre parole, il rammarico è che un’occasione per portare risorse alla biblioteca si sia trasformata in un’occasione per banalizzarne l’immagine, riducendo la sua unicità a un semplice fondale per un servizio fotografico. Il rischio, secondo questa visione, è che la normalizzazione di eventi come questi finisca per erodere nel lungo periodo il valore simbolico del luogo, rendendo sempre più labile il confine tra un tempio della cultura e una qualsiasi location per feste. E mentre il dibattito si infiamma sui social, la direzione di Brera incassa i diecimila euro e si prepara a gestire la prossima richiesta in lista d’attesa.

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