La palestra in biblioteca, il sudore sui volumi antichi e quei diecimila euro per sostenere Brera

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La sala Teresiana, quella che Maria Teresa d’Austria volle nel lontano 1770 per custodire il sapere, si è trasformata per un giorno in un set di allenamento. Tappetini allineati, asciugamani bianchi e borracce di energy drink hanno sostituito le storiche vetrine in legno – rimosse per l’occasione – e i preziosi volumi che di solito vi riposano. A muoversi tra quegli spazi, carichi di storia, non sono stati studiosi o semplici visitatori, bensì un gruppo ristretto di persone intente a seguire le coreografie di Isaac Boots, celebrity trainer americano con seicentosedicimila follower pronti a guardarlo. La sua sessione di cardiofitness, immortalata in video e fotografie che in poche ore hanno fatto il giro dei social, ha restituito l’immagine di una delle biblioteche più prestigiose d’Italia – la Braidense, per l’esattezza – trasformata in una sorta di palestra improvvisata.

L’operazione, organizzata da un marchio di cosmetici, non è stata però un’iniziativa a Titolo gratuito. Per quell’ora di attività, la Grande Brera – l’ente che riunisce la Pinacoteca e la stessa Braidense – ha incassato diecimila euro. Una somma che, nelle intenzioni della direzione, dovrebbe contribuire a sostenere i costi di gestione di un’istituzione culturale, in un sistema dove l’affitto degli spazi museali è diventato pratica sempre più comune e regolamentata dal ministero della Cultura. Non è la prima volta, del resto, che la Braidense apre le sue porte a eventi privati: in passato, la sala Sterling aveva ospitato un marchio di gioielli, mentre una cena organizzata da un noto brand di cosmetica nella sala Teresiana aveva già sollevato polemiche simili, con menù e calici serviti lì dove si studiano i testi antichi.

La scelta, difesa dal direttore Angelo Crespi, si muove in quella linea di “coraggio” e “osare” che lo stesso direttore aveva già teorizzato in precedenza, parlando della necessità di trasformare i musei in “imprese” per far fronte ai tagli o alla semplice insufficienza delle risorse statali. L’affitto degli spazi è un meccanismo che si è intensificato a Milano, dove la domanda – specialmente durante la Fashion Week o il Salone del Mobile – è altissima, tanto da creare liste d’attesa per luoghi come l’Orto botanico, l’Osservatorio astronomico o il nuovo Palazzo Citterio. E se da un lato c’è chi, come gli Amici di Brera, ha espresso rammarico per una “qualità bassa” dell’evento, lamentando una certa banalizzazione del patrimonio, dall’altro l’operazione ha riacceso il dibattito su cosa sia davvero valorizzazione e cosa, invece, rischi di diventare una mera spettacolarizzazione.

La vicenda ha messo in luce la fragilità di un confine, quello tra conservazione e fruizione contemporanea, che diventa sempre più labile. La presenza di sudore, liquidi e creme in un ambiente pensato per proteggere la carta antica ha rappresentato, per molti, un dettaglio non secondario, ma che la direzione della struttura ha giudicato perfettamente compatibile con le misure di sicurezza adottate. A far discutere, più delle condizioni logistiche, è stata la percezione di un uso “disinvolto” di uno spazio identitario: la stessa sala intitolata alla fondatrice dell’istituzione, che per un giorno ha risposto alla musica di un remix di Bob Sinclair e a un vecchio successo di Raffaella Carrà, in un impasto che ha mescolato cultura alta, fitness, marketing e skin care. La polemica, nutrita anche dal silenzio di chi di solito non commenta, ha trasformato l’evento in una sorta di referendum spontaneo tra il “sì” a qualsiasi operazione purché porti denaro nelle casse dei musei e il “no” netto di chi vede in queste concessioni un continuo sfregio al patrimonio.

Il caso e la gestione di Crespi: un equilibrio tra conti e critiche

La gestione di Angelo Crespi, che oltre alla Brera guida anche il Cenacolo Vinciano, è sempre stata caratterizzata da una certa impronta imprenditoriale. La sua idea, esplicitata in diverse interviste, è che i musei non possano più limitarsi a essere luoghi di sola conservazione, ma debbano agire come “media company” capaci di attrarre risorse attraverso strategie di comunicazione integrate e partnership con privati. In questo contesto, affittare la sala Teresiana a un brand di skin care per un evento fitness non rappresenta un’eccezione, bensì la logica conseguenza di una visione che punta a rendere l’istituzione economicamente autosufficiente, o quantomeno meno dipendente dalle erogazioni pubbliche.

Gli introiti, per quanto consistenti – si parla di decine di migliaia di euro per cene ed eventi, con listini che per altre location milanesi come la Sala delle Cariatidi o la terrazza di Villa Reale arrivano a cifre ben più alte –, servono a coprire spese ordinarie, dal personale alle utenze, fino al restauro e all’organizzazione di mostre. L’affitto degli spazi museali è del resto una prassi consolidata in molte città europee, e la stessa Braidense aveva già sperimentato la formula con esiti altalenanti in termini di consensi. Quello che cambia, nel caso specifico, è la natura dell’attività: non una cena elegante o un vernissage, ma una lezione di fitness con tanto di salti, flessioni e musica ad alto volume.

A sollevare le obiezioni più nette è stato il fronte dei cosiddetti “Amici di Brera”, che hanno stigmatizzato la “qualità bassa” dell’iniziativa, contrapponendola alla solennità che ci si aspetterebbe da un luogo depositario di una memoria così importante. Dall’altra parte, invece, c’è chi ha difeso l’operazione sottolineando come, in assenza di coperture statali adeguate, sia non solo legittimo ma doveroso cercare risorse alternative, anche a costo di osare. Il ministero della Cultura, del resto, ha più volte invitato i musei autonomi a incrementare gli introiti attraverso la concessione a privati, fissando tariffe standard proprio per evitare gestioni opache o trattamenti di favore.

Il rischio di un precedente: dalla valorizzazione alla banalizzazione?

La vicenda della Braidense non è un caso isolato, ma rappresenta un tassello di un fenomeno più ampio che riguarda l’intero sistema museale italiano. Se da un lato l’apertura a eventi privati garantisce liquidità immediata e permette di “fare grandi mostre” o semplicemente di tenere accese le luci, dall’altro solleva interrogativi sulla tutela e sul significato stesso del patrimonio culturale. L’uso di spazi come la sala Teresiana – che non è un magazzino o un deposito, ma un luogo simbolo per eccellenza – per attività commerciali o di intrattenimento rischia di normalizzare una pratica che, per molti, rappresenta un passo indietro rispetto alla funzione educativa e identitaria che una biblioteca nazionale dovrebbe svolgere.

La polemica ha messo in luce anche una certa disparità di trattamento percepita dall’opinione pubblica: le regole rigidissime che normalmente valgono per i “comuni mortali” – come il divieto assoluto di introdurre liquidi o di toccare le strutture – sembrano improvvisamente derogabili quando a chiederlo è un brand disposto a pagare. Questo cortocircuito tra rigidità normativa e flessibilità commerciale è ciò che ha alimentato le critiche più dure, con alcuni commentatori che hanno parlato apertamente di “sfregio” e hanno paventato scenari ancor più estremi, quasi a voler sottolineare quanto il confine tra valorizzazione e mercificazione possa diventare pericolosamente elastico.

La direzione della Grande Brera, però, ha sempre rivendicato la piena sicurezza delle operazioni, ricordando che gli spazi sono dotati di sistemi di allarme avanzati e che la sorveglianza è costante. E se è vero che l’evento ha generato polemiche, è altrettanto vero che ha fatto parlare di sé, attirando l’attenzione su un’istituzione che altrimenti sarebbe rimasta nell’ombra. In un’epoca in cui la sopravvivenza dei musei passa anche attraverso la loro capacità di fare notizia e di attrarre un pubblico nuovo – magari quello dei follower di un influencer – la scelta di affittare la biblioteca a un personal trainer potrebbe rivelarsi, per quanto controversa, una strategia di marketing culturale tanto efficace quanto discussa.

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