Il ritorno in Italia degli attivisti della Flotilla: "Con paura nel cuore, ma rifarei tutto"
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Redazione Interno
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Un rientro da eroi per gli attivisti della Flotilla, dopo l’arresto in Israele. Un pullman partito da Torino, carico di attivisti, amici e sostenitori, ha raggiunto l’aeroporto di Milano Malpensa per accogliere quello che per molti è un ritorno trionfale. Amajou Abderrahmane, presidente di ActionAid Italia, è rientrato in Italia dopo essere stato arrestato dalle autorità israeliane per la sua partecipazione alla Global Sumud Flotilla, una missione internazionale il cui obiettivo era portare solidarietà e aiuti umanitari alla popolazione palestinese. L’atmosfera, sebbene carica di sollievo, non ha cancellato le tracce di un’esperienza che i diretti interessati descrivono come particolarmente dura.
Le prime testimonianze: paura e ideali
All’aeroporto di Fiumicino, un altro attivista, Manuel Pietrangeli, ha condiviso le sue prime impressioni al rientro. «Con molta paura nel cuore, ma rifarei tutto», ha dichiarato, aggiungendo di non aver visto sua figlia per due mesi. Una testimonianza che, nel suo understatement, delinea la complessità di una scelta dettata da un forte ideale, la quale ha comportato un prezzo personale non indifferente e una detenzione le cui circostanze sono ora al centro di un’attenta valutazione legale.
L'abbraccio a Bologna e le accuse di bullizzazione
A Bologna, l’abbraccio stretto tra Irene Soldati e Sara Masi, appena sbarcate all’aeroporto Marconi, è stato un’immagine più eloquente di molte parole. Le due attiviste, che si dice siano state le ultime bolognesi a rimanere nel carcere di Ketziot dopo l’abbordaggio della nave Aurora, hanno trovato ad attenderle un caloroso benvenuto. Hanno definito la loro esperienza come una forma di “bullizzazione”, un termine che racchiude, senza scendere in dettagli espliciti, la percezione di aver subito pressioni e trattamenti vessatori durante la prigionia.
L'assistenza legale e le accuse di maltrattamenti
Sul fronte giudiziario, l’organizzazione “Adalah”, che fornisce assistenza legale per la minoranza araba in Israele e per gli attivisti coinvolti, sta lavorando senza sosta. La sua avvocata, Lubna Tuma, ha affermato senza mezzi termini che «i membri della Flotilla hanno subito arresti illegali e chiari maltrattamenti». Questa accusa, che getta un’ombra sulle operazioni condotte dalla Marina militare israeliana al largo di Gaza, costituisce il perno della difesa per gli oltre 450 partecipanti alla missione, i quali si trovano ora a dover affrontare le conseguenze legali di un’azione di solidarietà che si è trasformata in un caso internazionale.




