Met Gala 2026, il Corpo umano diventa tela per la moda tra marmi classici e nuove frontiere

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   C’è un’attesa che non è soltanto mondana, quella che precede il primo lunedì di maggio, quando il Metropolitan Museum of Art di New York apre le sue porte (e le sue celebri scalinate) a una sfilata che è insieme spettacolo e raccolta fondi per il Costume Institute. Quest’anno, l’appuntamento cade il 4 maggio e l’edizione numero 78 si preannuncia come un laboratorio di idee più che come un semplice red carpet, grazie a un tema, “Costume Art”, che promette di esplorare il confine sottile tra la stoffa indossata e la pelle dell’individuo che la porta. La serata, organizzata da Anna Wintour – che da giugno 2025 ricopre il ruolo di Global Chief Content Officer di Condé Nast – vedrà nelle vesti di co-presidenti tre volti notissimi come Beyoncé, Nicole Kidman e Venus Williams, chiamati a interpretare un dress code particolarmente sfidante: “Fashion is Art”.

“Fashion is Art”, l’estetica della mostra e il ritorno al classico

Se la moda è arte, allora l’abito non deve più semplicemente abbellire, ma raccontare, evocare e talvolta persino contraddire. Il curatore Andrew Bolton, spiegando il concept della mostra che verrà inaugurata proprio con il gala, ha voluto sottolineare come il “ vestito” rappresenti il filo conduttore che attraversa l’intero museo: persino i nudi nella pittura, a suo avviso, non sono mai veramente “nudi”, ma sempre carichi di valori estetici e culturali. L’esposizione, che rimarrà aperta al pubblico fino al gennaio 2027 e che è ospitata nelle nuove Condé Nast Galleries poco distanti dalla Great Hall, metterà a confronto oltre quattrocento oggetti tra abiti d’archivio e opere d’arte, spaziando in un arco temporale di cinquemila anni.

In questo contesto, ci si aspetta di vedere sfilare abiti che dialoghino con i marmi classici, reinterpretando la toga greca o la scultura romana attraverso tagli contemporanei e illusioni ottiche (il famoso trompe l’oeil). La redazione di Vogue Italia, del resto, ha già scelto di giocare con questa suggestione, attraversando la storia dell’arte italiana per selezionare gli abiti più iconici dipinti nei quadri (da quelli sontuosi del Bronzino fino alle sperimentazioni di Leonor Fini) trasformando i musei in veri e propri guardaroba. L’approccio, tuttavia, non si limita a una celebrazione nostalgica del passato, ma apre a una riflessione più complessa e attuale.

Corpi “riconquistati”: inclusività e nuove silhouette al Met

La vera rivoluzione di “Costume Art”, però, sta nella scelta radicale di allontanarsi dai canoni estetici tradizionali. Bolton ha voluto intitolare una delle sezioni principali della mostra “Bodily Being in its Diversity” (L’Essere reo nella sua Diversità), e l’ha realizzata attraverso una messa in scena che non teme il confronto con la realtà. Per la prima volta, l’istituto ha utilizzato manichini digitali creati scansionando corpi reali come quelli dell’attivista Sinéad Burke (che ha una forma di nanismo) o della paratleta Aimee Mullins, al fine di rappresentare la diversità in tutte le sue forme: il corpo in gravidanza, il corpo disabile, quello anziano o quello “corpulento”.

Non si tratta di una semplice operazione di marketing politically correct, ma di una vera e propria riappropriazione dello spazio museale da parte di chi – come ha sottolineato Bolton in un’intervista – è stato storicamente ignorato dalle rappresentazioni artistiche. Un abito della designer Michaela Stark, ad esempio, sfida la percezione del grasso reo non come un difetto da nascondere ma come un elemento di forza; un cappotto della scozzese Nadia Pinkney traduce le “matasse fisiologiche” della malattia di Alzheimer in un motivo tessile, accanto a una litografia di Willem de Kooning. La moda diventa così linguaggio anche per raccontare la fragilità, rompendo il guscio dorato dell’alta società.

L’attesa per gli ospiti e la febbre del red carpet

Mentre i preparativi fervono, l’attenzione si concentra naturalmente su chi calcherà i gradini del Met. Il ritorno di Beyoncé, assente dal 2016, è forse l’evento più atteso della serata. Accanto a lei, le star del comitato ospiti – che include nomi come Sabrina Carpenter, Zoë Kravitz e Doja Cat – sono chiamate a tradurre il tema evitando la banalità dell’abito “bello” per abbracciare una visione più concettuale. Che sceglieranno riferimenti puntuali a quadri celebri o pieghe scultoree degne di un marmo di Canova, l’obiettivo è chiaramente quello di far sì che l’outfit possa ben figurare non accanto a una passerella, ma dentro una teca del museo.

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