Furto al Louvre, i dettagli della rapina che ha sconvolto il mondo

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Quello che è stato immediatamente bollato come il “furto del secolo” si è consumato in una manciata di minuti, in pieno giorno e all’interno di un’istituzione affollata di visitatori, dimostrando una pianificazione meticolosa e un’audacia senza pari. I ladri, dei quali non si conosce ancora l’identità ma si sospetta l’operato di una banda internazionale, hanno agito con una precisione chirurgica, eludendo sistemi di sicurezza che, a posteriori, sono apparsi incredibilmente fragili. Tra gli oggetti sottratti, alcuni dei quali di inestimabile valore storico oltre che materiale, spicca una collana di smeraldi con i relativi orecchini, un dono nuziale dell’imperatore alla sua seconda moglie; fortunatamente, la corona dell’imperatrice Eugenia, sebbene danneggiata durante l’azione criminale, è stata recuperata dagli investigativi, rappresentando un piccolo ma significativo successo in un quadro generale di perdite ingenti.

Le incredibili falle nella sicurezza

Le indagini, che proseguono senza sosta da settimane, hanno già portato alla luce dettagli sconcertanti sulle modalità che hanno reso possibile il colpo. Una delle rivelazioni più eclatanti, che ha dell’assurdo, concerne la password di accesso al server centrale della videosorveglianza: era la semplicissima parola “Louvre”. Questa leggerezza, che appare come una negligenza imperdonabile, ha offerto ai criminali una porta spalancata verso il cuore del sistema di protezione del museo, permettendo loro di neutralizzarlo e di muoversi poi con disinvoltura nelle sale, dove hanno compiuto la loro azione in soli sette minuti. Una simile vulnerabilità, unita ad altre che stanno emergendo, dipinge un quadro di superficialità che ha lasciato sbigottiti gli addetti ai lavori e non solo.

Il ruolo decisivo delle prove forensi

Lo sviluppo fondamentale per le indagini è giunto grazie all’utilizzo di tecnologie d’avanguardia nel campo della scienza forense. Un ruolo di primo piano lo ha avuto l’azienda bresciana Copan, già nota a livello globale per la sua produzione di tamponi per la microbiologia e divenuta celebre durante la pandemia. Questa volta, però, a essere determinanti sono stati i tamponi specificamente progettati per il rilevamento di tracce biologiche negli scenari investigativi. Questi strumenti, in dotazione a corpi di polizia di altissimo profilo come l’FBI e i carabinieri del Ris, sono stati fondamentali per raccogliere elementi probatori decisivi all’interno del museo, conducendo infine all’identificazione e all’arresto di alcuni sospettati.

Il mistero del mezzo di fuga

Un altro tassello curioso di questa intricata vicenda riguarda il veicolo utilizzato per la fuga. Nove giorni dopo il fatto, un cherry picker è riapparso sulle scene, immortalato dalle telecamere di emittenti internazionali e sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo. Sebbene la targa fosse stata alterata e i loghi della società di noleggio coperti da una nuova verniciatura, il legittimo proprietario ha riconosciuto senza esitazione il suo mezzo. Quel camion, involontario protagonista di un’operazione criminale da milioni di euro, è così tornato nelle mani del suo proprietario, il quale, oltre a esserne lieto, può ora affermare di possedere un pezzo di storia contemporanea.

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