Furto al Louvre, la password della sicurezza era il nome del museo

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La clamorosa rapina che lo scorso ottobre ha privato il Louvre di opere per un valore di quasi novanta milioni di euro trova, nelle indagini, un elemento di imbarazzo senza precedenti per i vertici del celebre museo. Secondo le rivelazioni del quotidiano Libération, infatti, l’accesso ai server del sistema di videosorveglianza sarebbe stato, fino al 2014, protetto da una password elementare, “Louvre”, una scelta che configura una negligenza difficilmente giustificabile. Una falla di tale portata, che oggi appare come un monito tragico e quasi profetico, era stata peraltro già segnalata, in tempi non sospetti, dall’Agenzia nazionale per la sicurezza informatica francese, la quale aveva avvertito, con parole che suonano oggi come una condanna, che «chi controlla la rete del Louvre può rendere più facile il furto di opere d’arte».

Una sicurezza compromessa in partenza

Quella che potrebbe sembrare una semplice disattenzione tecnica si trasforma, alla luce dei fatti accaduti, in un vulnus strutturale, un sintomo di quella “sottovalutazione cronica del rischio” cui ha fatto riferimento la ministra della Cultura. L’utilizzo di una credenziale così debole, per di più per un sistema nevralgico come quello che coordina gli occhi elettronici dell’istituzione, ha di fatto offerto a potenziali malintenzionati una chiave d’accesso privilegiata, rendendo vana gran parte della protezione fisica. Se ne deduce, inevitabilmente, che il perimetro della sicurezza fosse vulnerabile ben prima del suo superamento materiale, con una leggerezza che lascia stupiti gli addetti ai lavori e che getta un’ombra pesante sulla gestione dell’intero apparato difensivo.

Le indagini e gli arresti

Parallelamente alle rivelazioni sulle falle informatiche, le indagini della procura di Parigi hanno condotto all’incriminazione di due persone, una coppia residente nella banlieue nord, ritenuta tra i protagonisti del furto. Le tracce biologiche rinvenute sul carrello elevatore utilizzato per forzare l’ingresso al museo hanno permesso di risalire a loro, nonostante la loro condotta di vita, all’apparenza, li collocasse al di fuori da ogni sospetto. L’uomo, che vanta un consistente casellario giudiziario, e la donna sono dunque finiti nel mirino della giustizia, a dimostrazione di come il profilo dei responsabili di reati così eclatanti possa spesso sfuggire agli stereotipi più consolidati.

Le conseguenze di una leggerezza

L’episodio, nel suo complesso, traccia un quadro desolante di superficialità e di inefficienza, dove un dettaglio apparentemente minuto come una password banale ha contribuito a rendere possibile un danno patrimoniale ed artistico incalcolabile. Le dichiarazioni ministeriali, che parlano esplicitamente di carenze strutturali, indicano come il problema non fosse circoscritto a un singolo reparto, ma investisse in profondità la filosofia stessa della protezione di un bene universale. L’imbarazzo che oggi attanaglia la direzione del museo è quindi l’esito diretto di scelte tecniche inadeguate, le cui conseguenze si sono materializzate in una notte di ottobre, quando la sottovalutazione del rischio è diventata realtà.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.