Furto al Louvre, la procura: sospettati già condannati e password dei server troppo semplici

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il clamoroso furto di otto gioielli della corona francese, trafugati dal Museo del Louvre lo scorso 19 ottobre per un valore complessivo che si aggira sugli 88 milioni di euro, continua a svelare retroscena che intrecciano la negligenza nella sicurezza ai profili criminali dei sospettati. La procuratrice di Parigi Laure Beccuau, intervenendo pubblicamente, ha confermato che due degli indagati per la rapina avevano già un precedente giudiziario per un furto consumato una decina di anni fa, un dettaglio che, come ha affermato la magistrata ai microfoni di France Info Radio, "fa rendere conto che si tratta di persone con stretti legami", suggerendo una certa continuità nelle loro attività illecite.

Le falle nel sistema di sicurezza

A rendere ancor più sorprendente la vicenda, che pure ha pochi tratti da commedia, contribuisce la rivelazione delle incredibili vulnerabilità del sistema di protezione del museo più visitato al mondo. Documenti ufficiali, i quali, sebbene risalgano al 2014, risultano essere stati aggiornati fino al 2024, indicano che le password per accedere ai server e ai sistemi di sorveglianza, comprese le telecamere, erano di una semplicità disarmante: “LOUVRE” e “THALES”, quest'ultima riferita al software di protezione in uso. Non è dato sapere, stando alle informazioni attualmente disponibili, se quelle credenziali così facilmente intuibili siano state modificate nel periodo immediatamente precedente al furto, un particolare che getta una luce sinistra sulla gestione della sicurezza di un luogo simbolo della cultura francese.

I profili degli indagati

Le indagini coordinate dalla procura di Parigi hanno portato all'incriminazione di quattro persone, un gruppo che le autorità giudiziarie descrivono come lontano dai vertici della criminalità organizzata, quasi degli "insospettabili". Tra di loro figura una coppia, genitori di figli minori, che risiederebbe nella periferia della capitale, la cui ordinarietà sembrava costituire la copertura ideale. L'uomo, che si è avvalso della facoltà di non rispondere durante gli interrogatori, è accusato di furto aggravato in banda organizzata e di associazione a delinquere; alla donna, invece, viene contestato il reato di complicità in quelle stesse imputazioni.

Le reazioni e il procedimento

Davanti al tribunale di Parigi, durante una delle udienze preliminari, la donna indagata per complicità ha mostrato tutta la sua apprensione, scoppiando in lacrime mentre esprimeva le proprie paure, non solo per la sua posizione giuridica ma anche per le ripercussioni sulla sua famiglia e sulla serenità dei suoi figli. La magistratura francese, dal canto suo, prosegue il suo lavoro di ricostruzione dei fatti, concentrandosi sia sulla dinamica dell'azione criminale, che ha portato alla sottrazione di un patrimonio inestimabile, sia sulle responsabilità, dirette e indirette, che hanno permesso a un simile colpo di essere portato a termine.

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