A Bosco la processione digitale con l’intelligenza artificiale: "Machina Sacra" porta in strada un grande schermo
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Redazione Scienza e Tecnologia
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Procedevano con il capo chino e il telefono tra le mani, illuminati non dalla fiamma incerta delle candele, ma dalla luce fredda degli schermi, mentre davanti a loro, portato a spalla come la statua di un santo o una croce durante una processione, avanzava un grande monitor digitale, inciso sulla superficie affinché da quella ferita artificiale potesse filtrare la luce.
A osservarla da lontano, la scena avrebbe potuto sembrare la celebrazione religiosa di un futuro ormai arrivato, nel quale il simulacro non ha più un volto umano, i lumini sono diventati smartphone e la voce che accompagna il cammino non proviene da un coro o da un altoparlante, ma da decine di dispositivi sincronizzati attraverso un sistema tecnologico capace di trasformare ogni partecipante in una parte della stessa liturgia.
È accaduto l'8 luglio a Bosco, frazione di San Giovanni a Piro, nel Cilento, dove ha debuttato Machina Sacra, il progetto artistico firmato da Max Magaldi e Matteo Mandelli e presentato come la prima processione digitale mai realizzata in Italia, concepita non per sostituire o irridere un rito religioso, ma per utilizzare la potenza simbolica della processione come strumento attraverso il quale osservare ciò che la tecnologia è diventata nella vita contemporanea.
Uno schermo al posto della statua, gli smartphone diventano lumini
Al centro di Machina Sacra c'è un'immagine tanto semplice quanto perturbante: uno schermo digitale viene sollevato e portato lungo le strade del borgo con gli stessi gesti, la stessa solennità e la stessa disposizione collettiva che accompagnano tradizionalmente una statua sacra, mentre il dispositivo, attraversato da un'incisione realizzata dagli artisti, smette di essere soltanto una superficie sulla quale scorrono immagini per diventare esso stesso un'immagine, un oggetto da seguire e una presenza attorno alla quale la comunità si raccoglie.
Ad aprire il rito è stato proprio l'atto di incidere il monitor, un gesto che ha attraversato materialmente la superficie tecnologica alla ricerca della luce nascosta al suo interno, trasformando quella che normalmente costituisce una barriera liscia, integra e apparentemente impenetrabile in un varco attraverso il quale guardare, come se fosse necessario ferire lo schermo per scoprire ciò che si trova dietro la perfezione dell'immagine digitale.
Durante il percorso, gli spettatori non sono rimasti semplicemente ai margini della performance, perché attraverso un QR code hanno collegato i propri smartphone all'opera, consentendo ai dispositivi di diffondere una litania digitale che si propagava da una persona all'altra, riempiendo le vie del paese e trasformando il corteo in un unico organismo sonoro, frammentato in decine di telefoni individuali ma governato da una medesima sequenza.
Gli stessi schermi che abitualmente isolano i volti, assorbono gli sguardi e restringono l'orizzonte di ciascuno a pochi centimetri di vetro hanno così illuminato il cammino collettivo, sostituendosi ai lumini delle processioni tradizionali e rendendo evidente una contraddizione che accompagna ogni esperienza digitale: strumenti concepiti per connettere le persone possono unirle all'interno di una rete comune, ma allo stesso tempo continuano a tenerle separate, ciascuna raccolta attorno al proprio dispositivo.
La liturgia invisibile che celebriamo ogni giorno
La provocazione dell'opera non risiede soltanto nello schermo portato a spalla, che rappresenta il suo elemento visivo più immediato e spettacolare, ma nel riconoscimento che alcuni gesti compiuti quotidianamente con gli smartphone hanno già assunto la regolarità, la ripetizione e perfino la postura di un rito, sebbene chi li compie continui a considerarli azioni private, spontanee e pienamente controllate. «A testa bassa, quando con il telefono tra le mani scorriamo, scriviamo, commentiamo, cerchiamo, compriamo, crediamo che quel momento sia nostro, intimo, privato», spiega Max Magaldi.
«Invece, proprio in quel momento siamo parte di una nuova liturgia, collettiva e inconsapevole, durante la quale cediamo tutti le stesse cose: dati, attenzione, tempo, presenza».
Milioni di persone, in luoghi diversi e senza conoscersi, ripetono infatti gli stessi movimenti, rispondono alle medesime notifiche, attraversano contenuti selezionati da algoritmi e affidano alle piattaforme una quantità crescente di informazioni, desideri, abitudini e frammenti della propria identità, convinte di vivere un'esperienza individuale mentre partecipano, in realtà, a uno dei più vasti fenomeni collettivi della storia contemporanea.
Machina Sacra porta questa liturgia fuori dallo spazio invisibile della rete e la trasforma in un rito pubblico, nel quale la dipendenza reciproca tra individuo e sistema non può più essere ignorata, perché ogni smartphone contribuisce alla costruzione della litania e ogni partecipante, pur mantenendo il proprio dispositivo tra le mani, diventa parte di una processione guidata da una macchina.
Un'opera che dialoga con il presente e con il territorio
L'utilizzo dei codici della religione rende inevitabilmente l'opera provocatoria, soprattutto in un territorio nel quale le processioni conservano un significato spirituale, sociale e identitario profondo, ma nelle intenzioni degli artisti il progetto non vuole mettere in discussione la fede né ridurre il sacro a una metafora tecnologica, perché il vero oggetto dell'indagine è il modo in cui i simboli cambiano e il bisogno umano di riconoscersi attorno a qualcosa continua a trovare forme nuove.
«Non volevamo mettere in discussione la fede, ma osservare come cambiano i simboli che attraversano il nostro tempo», ha dichiarato Matteo Mandelli. «Le processioni non parlano solo di religione: parlano di comunità, di appartenenza e di ciò che decidiamo di seguire».
La processione, prima ancora di essere un movimento ordinato nello spazio, è infatti una dichiarazione collettiva: una comunità abbandona temporaneamente gli spazi privati, occupa le strade e sceglie di procedere nella stessa direzione, affidando a un'immagine condivisa il compito di rappresentare ciò in cui crede, ciò che ricorda o ciò da cui spera di essere protetta.
Sostituendo quella figura con uno schermo, Machina Sacra non afferma necessariamente che la tecnologia sia diventata una religione, ma domanda quanto potere siamo disposti ad attribuirle, quali decisioni le affidiamo e fino a che punto gli algoritmi abbiano già cominciato a guidare il nostro cammino senza bisogno di essere riconosciuti come autorità.
Il progetto si inserisce nell'anno di Magnifica Humanitas, l'enciclica di Papa Leone XIV dedicata alla custodia della persona umana nel tempo dell'intelligenza artificiale, e si è sviluppato in tre momenti: una residenza aperta a Casa Ortega, la processione performativa nello spazio pubblico e l'ostensione nella Cappella del Carmine di Bosco, dove l'opera resterà esposta fino al 12 luglio.




