La scommessa di Washington per smantellare Hezbollah e lo strappo verbale tra Trump e Netanyahu

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre i fragili equilibri mediorientali continuano a vacillare sotto i colpi delle incursioni israeliane nel sud del Libano e delle rappresaglie di Hezbollah, il tavolo diplomatico allestito a Washington rappresenta forse l’ultima, disperata occasione per scongiurare un collasso totale delle trattative.

L’amministrazione Trump, con il segretario di Stato Marco Rubio in prima linea, sta infatti cercando di capitalizzare sugli spiragli aperti da un precario cessate il fuoco per spingere israeliani e libanesi verso un'intesa più strutturata: l’obiettivo dichiarato – sebbene non formalmente sottoscritto – è quello di un disarmo graduale del partito-milizia sciita, una prospettiva che però si scontra con la realtà di una guerra che non accenna a placarsi.

I contatti diretti e la “paura” di una trappola iraniana

Le cancellerie occidentali osservano con attenzione mista a scetticismo il ripetersi di questi incontri a livello ambasciatoriale presso lo State Department, gli stessi che lo stesso Rubio ha definito come un potenziale volano per una "dichiarazione congiunta" in materia di sicurezza, del tutto indipendente dall'influenza di Teheran.

È proprio il tentativo di isolare l’ala militare di Hezbollah – definito da Netanyahu un "procuratore iraniano" che tiene in ostaggio l’intera popolazione libanese – a rappresentare il vero nodo della partita, tanto più complesso alla luce delle pressioni che l'Iran continua a esercitare per condizionare qualsiasi accordo, minacciando di chiudere il canale diplomatico se gli attacchi a Beirut non dovessero cessare.

La telefonata e la conferma: “Netanyahu? È fottutamente pazzo”

A complicare ulteriormente questo quadro già di per sé infuocato, arrivano le rivelazioni – confermate dallo stesso presidente americano – riguardo a un acceso scambio telefonico con il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Intervistato al podcast "Pod Force One", Trump non solo ha ammesso di aver definito il suo alleato "fottutamente pazzo" (fuing crazy), ma ha spiegato di essere rimasto "un po' seccato" per l’ostinazione con cui Gerusalemme continua a combattere sul fronte libanese, un accanimento che rischia di vanificare mesi di lavoro per siglare la pace con Teheran.

La rivelazione, che arriva direttamente da fonti anonime vicine alla Casa Bianca secondo cui il presidente avrebbe anche urlato "ma che cavolo stai facendo?", restituisce l’immagine di un asse strategicamente allineato ma umorale nella gestione quotidiana del conflitto, con il tycoon che ha voluto precisare di non essere "arrabbiato", ma semplicemente determinato a non cadere nella trappola di una guerra totale.

La pressione di Rubio e il futuro dei negoziati

Mentre i comandanti militari israeliani chiedono il via libera per estendere le operazioni nei sobborghi meridionali di Beirut, è significativo notare come la diplomazia americana stia cercando di imporre un freno, sebbene l’amministrazione abbia ribadito con forza di non essere "un ente di beneficenza" e di voler "vincere" questa guerra per procura contro l'Iran.

Le parole di Rubio, che ha testimoniato ripetutamente al Congresso per illustrare la strategia, suggeriscono che Washington è disposta a offrire concessioni economiche – come la rimozione delle sanzioni sull'uranio – solo in cambio di una compliance totale e immediata di Hezbollah al disarmo, un meccanismo che i mediatori libanesi, con il supporto del presidente Joseph Aoun, stanno cercando di vendere alla fazione armata come l’unica via per evitare un'ulteriore devastazione del paese.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.