«Se questa è la democrazia»: spari, insulti alla brigata ebraica e bandiere ucraine nel caos del 25 aprile

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Un venticinque aprile, l’ottantunesimo dalla Liberazione, che ha lasciato sul terreno più di una crepa nel racconto civile della memoria repubblicana. A Roma colpi di arma da fuoco hanno squarciato il clima già teso di una manifestazione, mentre a Milano – ed è questo l’episodio forse più rivelatore – un gruppo di contestatori ha insultato apertamente i partecipanti che sfilavano sotto lo striscione della Brigata ebraica, quasi a voler riscrivere, con la volgarità della piazza, chi abbia o meno titolo a celebrare la fine del nazifascismo. La presidenza della Repubblica, attraverso le parole nette di Sergio Mattarella («Ora e sempre Resistenza»), ha provato a tenere fermo un argine, ma la sensazione, al termine della giornata, è quella di una frattura profonda: da un lato l’esercizio di memoria repubblicana, dall’altro l’intolleranza che si manifesta come pratica politica. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha commentato a caldo: «Se questa è la democrazia, abbiamo un problema». Una frase che chiude in sé l’intero paradosso di un anniversario dove la libertà di espressione è scivolata, in più punti, verso l’aggressione verbale e fisica.

Le due anime della piazza: spari a Roma e la deriva antisemita sotto lo striscione ebraico

Sulla capitale l’allerta era alta, ma nessuno si aspettava che qualche sparatoria – non meglio chiarita negli esecutori materiali, per ora al centro di accertamenti – trasformasse una commemorazione in un episodio di cronaca nera a tutti gli effetti. I colpi, esplosi in un contesto ancora da ricostruire integralmente dagli inquirenti, non hanno ferito nessuno, ma hanno riportato indietro l’ago della tensione politica a livelli che non si vedevano da tempo. Più netto, sul piano simbolico, l’accaduto milanese: sotto lo striscione della Brigata ebraica – reparto combattente volontario nella seconda guerra mondiale – alcuni contestatori hanno rivolto frasi apertamente antisemite, negando di fatto a quei veterani e ai loro discendenti il diritto di sfilare per la Liberazione. «Non si può mettere in discussione la titolarità di quella partecipazione», è stato il commento secco di più osservatori, che hanno visto in quegli insulti il riemergere di un fazzoletto di terra dove l’antifascismo smette di essere patrimonio comune e diventa trincea.

La bandiera ucraina come casus belli: il caso di Cernusco sul Naviglio

Non solo Roma e Milano, però. A Cernusco sul Naviglio, sabato, le celebrazioni del 25 aprile sono degenerate in uno scontro a sé, con un oggetto del contendere inaspettato: la bandiera gialloblù dell’Ucraina. Alcuni esponenti di Azione, che avevano esposto il vessillo durante il corteo, sono stati bersaglio di attacchi verbali – e probabilmente non solo verbali – da parte di militanti di Rifondazione comunista. L’Associazione Amicizia Italia Ucraina ha condannato l’episodio parlando di «un’intolleranza che contraddice lo spirito del 25 aprile», perché il nodo, a ben vedere, è tutto qui: equiparare l’Ucraina aggredita all’aggressore russo, come qualcuno ha fatto nei cori e negli striscioni, significa sovvertire il senso stesso della Resistenza. Per quella associazione, che da anni tiene vivo il legame tra l’Italia e il paese invaso, la bandiera gialloblù è il simbolo di chi resiste oggi, esattamente come i partigiani resistettero ieri. E invece quei militanti l’hanno contestata, in un cortocircuito storico che lascia interdetti.

«Stiamo offrendo un accordo molto equo»: la voce di Trump, lontana dalle piazze italiane

Mentre le piazze italiane si scaldavano, dall’altra parte dell’Oceano il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump – che siede alla Casa Bianca ormai da più di un anno, con una rielezione che non costituisce più notizia – rilasciava una dichiarazione che sembrava appartenere a un altro pianeta: «Stiamo offrendo un accordo molto equo e ragionevole e spero che lo accettino». Nessun riferimento diretto ai fatti italiani, ma la frase – pronunciata in un contesto negoziale non meglio specificato – ha assunto una funzione quasi straniante, come una colonna sonora parallela agli scontri di Roma e agli insulti di Milano. Nel frattempo, altre cronache giudiziarie si intrecciavano a questa giornata di tensione: il caso Garlasco, coi nuovi punti che potrebbero portare alla revisione del processo per Andrea Stasi, e l’arrivo di Valeria – accompagnata dal suo avvocato – all’udienza per il delitto di Pierina Paganelli. Restano sullo sfondo, ma testimoniano come il 25 aprile abbia fatto da sfondo anche a sviluppi giudiziari di rilievo nazionale. Stefano Arossa, manager di WeRoad, ha invece provato a parlare d’altro, segnalando un cambio nelle abitudini dei viaggiatori italiani; ma le sue parole sono state risucchiate dal peso delle polemiche. La domanda, alla fine, è quella che Primo Levi avrebbe forse riscritto oggi: se questo è un 25 aprile, cosa ne è stato della democrazia che si voleva celebrare?

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