Spinosa: “Dietro la Uno Bianca c’era la falange armata”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Tra il 1987 e il 1994, una parte d’Italia portava addosso una ferita destinata a segnarla per decenni: la paura di uscire di casa, di varcare la soglia di un supermercato o di mettere piede in un ufficio postale, perfino di fermarsi a un distributore di benzina. Erano i luoghi più comuni, quelli della vita quotidiana, che i fratelli Savi trasformarono in un palcoscenico di sangue. Ora, mentre la Procura di Bologna conduce una nuova inchiesta su quei fatti – setacciando vecchi faldoni, rianalizzando impronte e passando al setaccio filmati con l’aiuto dell’intelligenza artificiale –, Roberto Savi, il cosiddetto “corto”, ha rotto un silenzio durato trentadue anni. Lo ha fatto con un’intervista televisiva, dove ha lasciato cadere un’affermazione pesante: erano i servizi a commissionargli certi delitti. Lo stesso ghigno a labbra socchiuse, gli stessi occhi senza luce di quando, il 21 novembre 1994, i colleghi della Questura di Bologna lo arrestarono prelevandolo dal suo ufficio. Allora, da capo della feroce banda della Uno Bianca, sibilò solo tre parole mentre gli serravano i polsi tra le manette: «Potevo ammazzarvi tutti».

Le coperture dei servizi e la manovalanza deviata

La saga della Uno Bianca è costellata di figure – molte in divisa – che hanno incrociato il cammino dei fratelli Savi, talvolta restando nell’ombra, altre volte finendo sui banchi dei testimoni. Un solo caso, quello dell’ex carabiniere Domenico Macauda, all’epoca in forza al nucleo operativo di Bologna, si è chiuso con una condanna per calunnia: un plateale depistaggio che oggi appare meno come un episodio isolato e più come un possibile sintomo. Ed è proprio su questi profili, su queste possibili complicità mai confessate ma che riemergono in modo significativo, che si concentrano gli accertamenti della Procura di Bologna. Da tre anni, i magistrati rileggono migliaia di pagine dei vecchi faldoni, senza fretta e senza concessioni retoriche, alla ricerca di un filo che non si sia ancora spezzato.

L’ex pm Giovanni Spinosa: «Un disegno più vasto»

«Ho molta fiducia nei magistrati della Procura di Bologna – dice Giovanni Spinosa, il pm che indagò sulla Uno Bianca, oggi in quiescenza – e penso che ci siano le condizioni per rileggere questa storia in un contesto più vasto». Non gli interessa tanto trovare un eventuale terzo uomo che sparava accanto ai Savi, quanto piuttosto capire il progetto complessivo: «Il punto, per la storia del nostro Paese, è capire chi sono gli autori dietro questo disegno». E Spinosa non usa perifrasi: quel disegno, a suo avviso, porta la firma della Falange armata. Guardando l’intervista di Roberto Savi in tv, l’ex magistrato ha avuto la sensazione di ritrovare lo stesso uomo che interrogava per ore in aula: «Reticente come allora». Nessuna rivelazione diretta, nessuna resa dei conti, ma un silenzio che parla più di tante parole.

Impronte, filmati e la nuova caccia alla verità

La nuova indagine della Procura di Bologna non è un esercizio di memoria, ma un lavoro concreto: si riesaminano reperti, si riprendono in mano impronte digitali da confrontare con le tecnologie odierne, si passano al setaccio vecchi filmati grazie all’intelligenza artificiale. Non si cerca un colpevole già noto – i Savi sono stati condannati – ma una verità più profonda. Quella che riguarda il contesto, le protezioni, le coperture. Quella che forse può spiegare come una banda di poliziotti e guardie giurate abbia potuto colpire per anni, nel cuore dell’Emilia, senza che nessuno, dentro o fuori le istituzioni, trovasse un modo per fermarli prima. Il silenzio di Roberto Savi, rotto solo a metà dopo trentadue anni, lascia aperte più domande di quante ne chiuda. E la Falange armata, se le carte lo confermeranno, non sarà stato un fantasma.

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