La Uno Bianca e quelle ombre mai chiarite: dopo l’intervista di Savi riparte la caccia ai complici
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Redazione Interno
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È trascorsa ormai più di una settimana da quella intervista, rilasciata dal carcere di Bollate a Francesca Fagnani per "Belve Crime", eppure le parole di Roberto Savi continuano a riverberare come colpi di pistola in una stanza vuota. Il cinquantaduenne, che di mestiere faceva l’assistente capo alla centrale operativa della Questura di Bologna mentre di notte si trasformava in uno spietato killer, ha rotto un silenzio durato trentadue anni per gettare benzina sul fuoco di un’inchiesta che i magistrati del capoluogo emiliano hanno riaperto ormai da tre. Lui, che insieme al fratello Fabio ("il lungo") ha insanguinato l’Emilia-Romagna e le Marche tra il 1987 e il 1994, con un bilancio finale di ventiquattro morti e oltre cento feriti sparsi in centotre azioni criminali, ha parlato di "coperture" garantite da "personaggi che non sono delinquenti". Ma i magistrati, quelli veri, non hanno certo bisogno di un talk show per sapere che la verità su quei delitti non è mai stata sepolta del tutto: anzi, le parole dell’ex poliziotto rappresentano adesso un tassello (forse decisivo) nel mosaico di complicità che ancora oggi, a distanza di decenni, la Procura sta cercando di ricomporre.
Le rivelazioni in tv e l’ombra dei servizi
Durante quella chiacchierata andata in onda su Rai 2, Savi ha narrato con un distacco agghiacciante di come lui e i suoi sodali fossero "protetti". "Tutte le settimane passavo due o tre giorni a Roma", ha confessato, ammettendo di incontrarsi con qualcuno nei pressi dell’Altare della Patria. Sotto la pressione delle domande della conduttrice, l’ergastolano ha lasciato intendere che quei protettori fossero da identificare nei servizi segreti, aggiungendo un dettaglio che fa accapponare la pelle riguardo al duplice omicidio del 2 maggio 1991. Quella che per le sentenze era una semplice rapina finita male all’armeria di via Volturno, per Savi era un "lavoro" su commissione: il vero bersaglio, ha rivelato, non era la proprietaria Licia Ansaloni, bensì il suo collaboratore Pietro Capolungo, un ex carabiniere che, a suo dire, "faceva parte dei servizi particolari dell’Arma". Inutile dire che queste insinuazioni hanno scatenato l’indignazione dei parenti delle vittime. Alberto Capolungo, figlio del militare ucciso, ha definito l’operazione "disgustosa e sospetta", sottolineando come, se Savi avesse avuto davvero qualcosa da dire, avrebbe dovuto rivolgersi ai magistrati e non alle telecamere.
I vecchi pm scrivono: "Depistaggi e verità artefatte"
Proprio sulla scia di quell’intervista, sono arrivate puntuali le reazioni dal fronte giudiziario, che però non si limitano alle bocciature di rito. Lucia Musti (oggi procuratrice generale a Torino) e Giovanni Spinosa (magistrato in quiescenza), due degli ex pm che seguirono le indagini ai tempi degli arresti, hanno scelto di inviare una lettera al quotidiano "La Stampa" per ricordare quello che le cronache giudiziarie non hanno mai completamente rivelato. I due sostengono senza mezzi termini che le loro indagini furono "ostacolate", costellate da depistaggi e da una verità che fu "mai chiarita fino in fondo". Nella loro analisi, la ricostruzione fornita allora dai fratelli Savi non convinse mai del tutto gli inquirenti: le loro dichiarazioni apparivano segnate da "incongruenze", omissioni e passaggi che sembravano "ispirati da ricostruzioni artefatte". Un dettaglio, questo, che oggi dà ancora più peso al lavoro che la Procura di Bologna sta portando avanti dal 2024, ovvero quella caccia ai possibili complici che scortarono la banda durante i suoi sette anni di terrore.
La nuova inchiesta e l’intelligenza artificiale per stanare i complici
Oggi, a differenza di trent’anni fa, i magistrati possono contare su strumenti tecnologici che allora esistevano solo nei film di fantascienza. A riferirlo è lo stesso clima che si respira negli uffici giudiziari del capoluogo, dove i pm (coadiuvati da Ros, Ris e Digos) stanno setacciando vecchi faldoni e reperti con l’ausilio di software avanzati e persino dell’intelligenza artificiale, utilizzata per migliorare videoriprese sgranate o per identificare volti rimasti nell’ombra. L’obiettivo principale riguarda i nodi oscuri delle stragi del Pilastro (dove furono trucidati i carabinieri Moneta, Mitilini e Stefanini) e di Castel Maggiore, senza dimenticare l’episodio dell’armeria. Gli investigatori sono convinti che non si trattasse di azioni casuali, ma di agguati in cui la banda agiva "su commissione", come ha lasciato intendere lo stesso Savi. I legali dei familiari delle vittime, gli avvocati Alessandro Gamberini e Luca Moser, sono fermi nel sostenere che dietro quei delitti ci siano ancora "complici in divisa", uomini delle forze dell’ordine che frequentavano l’armeria di via Volturno e i cui nomi compaiono (forse) nei vecchi registri dei clienti che la Procura sta ora riesumando.
Due pesi e due misure: il corto, il lungo e i messaggi all’esterno
Non sfugge agli osservatori, inoltre, l’ambiguità della posizione di Roberto Savi, che in carcere sconta ancora l’ergastolo. Molti osservatori (e anche i pm) si chiedono se quelle rivelazioni televisive non siano in realtà un messaggio in codice lanciato a chi è ancora fuori o, peggio, un tentativo di forzare la mano alla giustizia. Perché se Roberto parla, gli inquirenti lo ascoltano: i pm bolognesi hanno già annunciato che lo interrogheranno, anche se con la cautela che trent’anni di menzogne impongono. Diverso, invece, è il caso di Alberto, l’altro fratello poliziotto, che in Veneto sta scontando la pena ma ha intrapreso un percorso riabilitativo tale da aver già ottenuto alcuni permessi premio. Un silenzio, il suo, che stride con il chiacchiericcio del più loquace fratello maggiore. Resta il fatto che i pm vogliono vederci chiaro, ma sanno bene che Savi, come notarono Musti e Spinosa già nel 1995, "chiamava in causa figure secondarie" mentre oggi i suoi sorrisi sembrano nascondere più di quanto le parole rivelino.




